Le 6 fesserie sui servizi di hosting che non vorrei sentire più

Le 6 fesserie sui servizi di hosting che non vorrei sentire più

hosting illimitato, housing, localizzato o in outsourcing: facciamo chiarezza sugli equivoci più diffusi del momento sui web hosting.

Nella foto: un webmaster che aspetta di trovare l’hosting della sua vita (royalty-free, Flickr!).

  1. hosting illimitato è la soluzione definitiva. Molte offerte che si presentano in queste pagine sono “illimitate” come banda o spazio su disco. Sono da sempre contrario a questa forma di marketing, e purtroppo devo riconoscere che moltissimi hosting di valore non fanno altro che pubblicizzare questo tipo di caratteristiche. La verità è che lo spazio illimitato si riesce ad ottenere mediante virtualizzazione, e che raramente un webmaster ha bisogno di quantità realmente “infinita” di spazio e banda da cui l’illusione in questione (es. la maggioranza dei siti fa poche visite e quindi poco traffico, così come un’installazione di un comune CMS occupa pochi megabyte di disco sul web, e raramente va oltre). Di fatto molti webmaster senza avere spazio e banda illimitati si sentono “soffocare”, ma secondo me in molti casi anche soluzioni di hosting con limiti in tal senso vanno bene, a patto che la stima sul traffico sia stata realistica.
  2. Bisogna evitare le soluzioni low-cost. Questo è un altro pessimo luogo comune dettato dallo snobismo di alcuni webmaster: va bene che ci sono hosting realmente ai limiti della decenza, ma in genere le soluzioni di hosting a costo minimo non andrebbero evitate a priori per chissà quali ragioni dietrologiche (perdono i dati, non li curano ecc.). Tenendo sempre presente che in molti casi si può fare moltissimo (a livello di test, esperimenti e quant’altro) con gli hosting gratuiti, le soluzioni di hosting a basso costo sono spesso satelliti di grosse realtà, quindi di fatto vengono gestite con la stessa cura, anche se magari l’assistenza non sarà sempre di livello (vedi il succitato caso di Byethost).
  3. Perchè non fare hosting direttamente da casa propria, o in housing? È evidente che i prezzi dei computer server che acquistiamo nei negozi sono decisamente diminuiti negli anni, tanto che è possibile acquistarne uno per uso “domestico” o aziendale anche a qualche centinaio di euro. Nonostante tutto, pero’, i servizi di hosting dedicato, anche solo unmanaged, sono ancora costosissimi e fanno preferire, nella maggioranza dei casi, la sostituzione con servizi VPS o semi-dedicati. La cosa non è certo casuale, e potrebbe comunque far venire in mente a qualcuno di farsi l’hosting direttamente in casa, in modo da ridurre i problemi di sicurezza dei server cloud, ad esempio; le cose non sono così semplici per almeno due ragioni. La prima è legata ai problemi di connettività che un hosting in housing richiederebbe, e le connessioni ADSL che abbiamo in Italia, pur essendo molto performanti, risultano essere inadeguate per servizi e portali web di grosso spessore. In secondo luogo direi che una soluzione in housing richiede, in molti casi, la capacità di disporre di un sistemista che possa configurare il sistema: anche un semplice sistema Apache / MySql / PHP può risultare ostico da configurare in ambiente VPS o dedicato, dato che (usando ad es. Linux) dovrete configurare il tutto da console di comando (mediante apt-get ecc.). Senza contare la configurazione di rete che porta via parecchio tempo, senza la quale il vostro servizio web sarà poco responsivo o non funzionerà affatto (firewall, configurazione porte ecc.)
  4. Tutti gli hosting provider “seri” possiedono soluzioni in housing. Nulla di più falso: in molti casi i vari Bluehost, SupportHost ecc. possiedono servizi esternalizzati e si limitano a gestirli (chi bene, chi male), tanto che alcuni hosting italiani hanno sia i server in loco che in Inghilterra o negli Stati Uniti. Quindi di fatto si tratta di scegliere se chi gestisce le risorse parla la nostra lingua e soprattutto offre buoni prezzi ed assistenza di livello. Specifico comunque che il problema si riconduce alla capacità umana e tecnica di saper gestire queste risorse, non tanto al fatto che ci si debba fare troppo condizionare da questo aspetto. Questo si ricollega strettamente a quanto annesso al successivo punto, la distanza del server dai client ed i miti legati ad essa.
  5. Le soluzioni italiane di hosting funzionano meglio di quelle oltreoceano. Questo è un luogo comune che deriva, in parte, dalla voglia – lecita, ci mancherebbe altro – dei grossi blog e forum italiani di sponsorizzare le soluzioni hosting italiane. Detto con simpatia e senza alcun astio, credo che sarebbe ora di farla finita: se andiamo ad analizzare la questione dal punto di vista tecnologico, in effetti, una connessione client-server segue un algoritmo di routing dei pacchetti che è tutt’altro che lineare. Quindi se i due punti di comunicazione sono vicini non è detto che il percorso per raggiungerli lo sia, e viceversa, tanto che per rendersene conto basta tracciare i ping mediante traceroute. Ipotizzare quindi che un server negli Stati Uniti sia “lento” per il pubblico italiano significa ignorare il fatto che Blogger e Facebook (non esattamente gli ultimi arrivati) sono localizzati lì da anni, e mai nessuno sembra essersi mai posto il problema. La scelta dell’hosting, come sostengo da diverso tempo, è legata più che altro al tipo di assistenza e di servizi che vengono da essa erogati, e che di fatto raramente in Italia trovo soddisfacente dal punto di vista tecnico (con le dovute eccezioni). Ma questo, ripeto, non c’entra con l’assunto un po’ semplicistico (ed errato) che i server vicini geograficamente funzionino sempre meglio di quelli lontani.
  6. Sugli hosting condivisi c’è il problema del “cattivo vicinato”. Questa assomiglia molto ad una leggenda metropolitana che si basa sull’assunto (niente affatto scontato) che un server dedicato (come quello dell’italiana keliweb) sia una risorsa per siti “buoni”, mentre la “marmaglia” risieda esclusivamente sugli hosting condivisi. Se è vero che molti hosting dedicati ospitano siti di qualità, non è vero il contrario ed è anche da considera che non si può ridurre tutto a questo, perchè altrimenti non ci vorrebbero oltre 200 fattori e migliaia di update all’anno per migliorare i risultati delle ricerche. Se per “cattivo vicinato” si intende un sito porno o di gioco d’azzardo sul vostro stesso IP, appare ingenuo pensare che Google non prenda contromisure per non “giudicare male” siti soltanto perchè non possono permettersi di stare di un dedicato. Questo incubo è bene che finisca, preoccupiamoci della sicurezza e qualità dei nostri siti senza farci distrarre da altri fattori. Al tempo stesso, è diffusa in certi forum l’idea che il cattivo vicinato in termini di hosting virtuale condiviso sia quello che influenza il trustrank, che invece si basa su ben altri concetti. Un caos di chiacchiere inutili che confonde i principianti (e non solo loro), e li fa lavorare sui problemi sbagliati, invece di pensare al “cosa” che resta fondamentale. Matt Cutts ha anche smentito ufficialmente questa voce: http://youtu.be/AsSwqo16C8s
Ti piace questo articolo?

0 voti

Su Trovalost.it puntiamo sulla qualità dei contenuti da quando siamo nati: la tua sincera valutazione può aiutarci a migliorare ogni giorno.

Ti potrebbero interessare (News):

Cerca altro nel sito

Clicca sul box, e scegli la sezione per vederne i contenuti.