Azienda americana cita in giudizio mezzo web reclamando un brevetto su HTTPS Un ennesimo caso di patent troll farà discutere gli esperti di legge e tecnologia di tutto il mondo

<span class="entry-title-primary">Azienda americana cita in giudizio mezzo web reclamando un brevetto su HTTPS</span> <span class="entry-subtitle">Un ennesimo caso di patent troll farà discutere gli esperti di legge e tecnologia di tutto il mondo</span>

Reclamare il brevetto sull’uso del protocollo HTTPS, per poi contestarne l’utilizzo senza permesso a praticamente tutti i più grossi siti web mondiali? Negli Stati Uniti (ancora) si può: il protagonista di questa storia è un’azienda texana (CryptoPeak Solutions), arrivata a citare in giudizio i più grandi nomi della tecnologia (tra cui AT&T, Costco, Expedia, GoPro, Groupon, Netflix, Pinterest, Shutterfly, Starwood Hotels, Target e Yahoo) per aver sfruttato senza permesso il brevetto “Auto-Escrowable and Auto-Certifiable Cryptosystems“, da loro recentemente acquisito. Al servizio dell’azienda vi sarebbero almeno 66 avvocati (secondo Softpedia) impegnati in quella che sembra la più classica delle battaglie legali di questi anni: il patent troll.

Nota: HTTPS è un protocollo sicuro di crittografia asimmetrica sfruttato dai siti web che trattino dati sensibili e transazioni bancarie. Maggiori informazioni sono disponibili in un post di approfondimento ed in una FAQ di questo sito.

Il patent troll è un fenomeno (fino ad oggi) noto quasi esclusivamente negli Stati Uniti, che consente (sfruttando leggi permissive e cavilli vari) di improntare un vero e proprio mercato speculativo: il più delle volte, infatti, si tratta di un’azienda o di una persona fisica che cerca di far rispettare i diritti di un brevetto che ha acquistato pretestuosamente (spesso a prezzo stracciato o comunque fuori mercato), chiedendo risarcimenti in tribunale a tutti coloro che – a prima vista a ragion veduta – starebbero commettendo un abuso. Se questo sistema può avere ripercussioni lecite nel caso di brevetti di prodotti, nel caso dei software rischia di diventare un’arma a doppio taglio, ancora pienamente nelle mani di soggetti senza scrupoli. In molti casi, infatti, i patent troll non intendono sfruttare commercialmente l’idea per il proprio business o per rivenderlo, bensì pianificano più crudamente di fare soldi intentando cause e minacciando azioni legali. Il tutto facendo leva sul fatto che le tecniche di difesa, in questi scenari, sono quasi sempre a favore delle grosse realtà, che dispongono di mezzi e leggi più marcatamente a proprio favore che, per intenderci, verso i piccoli attori del mercato.

Spesso i patent troll (espressione traducibile come troll di brevetti) – senza qui considerare i tanti casi intermedi che, di fatto, non sono inquadrabili in questa categoria – non producono alcun prodotto, e non sfruttano il brevetto se non per fare cause in maniera aggressiva: di fatto, il patent troll tende a creare delle società che sfruttano questo meccanismo soltanto per intentare cause e guadagnarci.

Più della metà delle cause americane di diritto industriale, secondo Il Fatto Quotidiano, riguardano situazioni di questo genere: la preoccupazione che possano estendersi anche negli stati europei è concreta da almeno qualche anno (con qualche limite dovuto, ad esempio, al fatto che in Europa i brevetti software non sono sempre ammessi e, anzi, le leggi sono in corso di definizione – e variano da stato a stato). Da tempo si discute di come si possano tutelare le aziende da ritorsioni del genere, mentre in Italia, ad esempio, “mentre tutti i programmi sono tutelati dal copyright non tutti i programmi sono brevettabili ma lo sono soltanto quelli che producono un effetto tecnico, che siano nuovi, ovvero non esistenti, ed innovativi” (fonte), con l’ulteriore specifica che ad essere eventualmente brevettabile – secondo un disegno di legge proposto, ma mai approvato – fosse l’effetto o il vantaggio del software, piuttosto che il codice di per sè. Resta da capire cosa debba considerarsi nuovo (non è banale realizzare software originali, al giorno d’oggi) e cosa soprattutto si intenda per “innovativo”, etichetta che si tende ad appiccicare certamente a ragion veduta, ma in tanti casi per semplici scopi di marketing, o peggio in modo casuale o opportunistico.

Di fatto, CryptoPeak non sembrerebbe aver inventato nulla di innovativo sulla crittografia, anche in considerazione del fatto che il brevetto originale del 2001 è basato su una ricerca originaria del 1997 di Young e Yung, mentre SSL era già stato concepito nella sua versione 2.0 almeno due anni prima): sarà il giudice del Texas, ancora una volta, a dover dare delle risposte concrete. Questa realtà sarà ancora per molto al centro di accesi dibattiti negli Stati Uniti, in attesa di una legge che tuteli eventuali abusi e possa dare una regolata al mercato senza togliere, ovviamente, la legittimità della richiesta di chi desidera brevettare (fonte).

Photo by Ephemeral Scraps

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