I nuovi TLD sono morti? Forse abbiamo bisogno di modelli di business più solidi

I nuovi TLD sono morti? Forse abbiamo bisogno di modelli di business più solidi

Si è molto discusso, nell’ambiente degli hosting e dom,ini della questione Uniregistry, la quale ha deciso di aumentare considerevolmente, da qualche tempo, il costo di alcuni suoi TLD (estensioni di dominio) di nuova generazione: .hosting e .game sono tra quelle interessate al rincaro. Si parla di un aumento che arriva a 30 volte il costo originale, per cui è opportuno chiedersi se la scelta sia giusta e se non rischi di abbattere del tutto le vendite.

In primo luogo c’è da considerare che un incremento del prezzo così marcato possa significare una cosa sola: che le nuove estensioni non vendono come dovrebbero, per cui il rincaro potrebbe – cosa da verificare, alla fine – essere semplicemente figlio di questa situazione. Se non riesco a vendere un prodotto, in genere, è forse più logico che io abbassi il prezzo (più che aumentarlo) almeno per un po’, al fine di incentivarne le vendite. Nel caso dei TLD le cose non sono, evidentemente, semplici come potrebbero sembrare.

Le nuove estensioni di domini internet sono una realtà significativa all’interno del panorama del web, e c’è da scommettere che le cose rimarranno così anche in futuro: c’è da scommettere che arriveremo ad oltre duemila TLD tra vecchi e nuovi, di questo passo (al momento in cui scrivo ce ne sono precisamente 1530) . Nessuno pensi, pertanto, che questo rincaro possa segnare l’effettiva, e paventata da alcuni, morte dei nuovi TLD.

In realtà i nuovi TLD (che si affiancano alla totalità delle estensioni di dominio disponibili) sono qui per vivere, prosperare e durare a lungo: è il mercato del web stesso a suggerirne l’efficenza. Non sono in nessun caso, pertanto, da considerarsi come un extra o peggio ancora uno spreco, quanto un’occasione rinnovata per allargare il proprio spazio e la propria visibilità sul web: tutto dipende da come vengono utilizzati, ovviamente.

Plausibilmente gli effetti negativi dell’aumento del prezzo deciso un po’ all’improvviso sono stati sottovalutati da chi l’aveva ideato: ma questo ha anche consentito di affrontare un problema serio legato alla validità dei modelli di business dietro i siti web. Il modello di business di un dominio, ricordiamo, evoca l’insieme delle soluzioni attraverso cui l’impresa acquisisce un vantaggio: ad esempio offrendo un prodotto unico nel suo genere, di particolare valore o nettamente competitivo rispetto alla concorrenza. Modello che in molti casi, purtroppo, latita o è addirittura del tutto latente.

Il problema dei cattivi modelli di business per i domini è a mio avviso interessante, e si può riassumere nei seguenti punti critici.

  1. Si aprono spessissimo siti web con nuove estensioni con l’idea superficiale (e tutta da verificare) che basti registrare una particolare estensione per avere automaticamente visibilità e SEO già fatta, ma è solo un’illusione; per ottenere buoni risultati è necessario, fin da subito, programmare le attività e stabilire (se possibile) un piano editoriale per il sito stesso, al fine di evitare di farlo morire giovane e senza uno scopo;
  2. Molte aziende tendono, ancora oggi, a registrare con più estensioni lo stesso dominio (ad esempio legati al brand aziendale: miobrand.it, miobrand.com, miobrand.shop ecc.) in modo da tutelarsi da eventuali registrazioni indebite. Ad oggi, per quanto esista la possibilità di appellarsi al Trademark Clearinghouse per questi casi di cyber-squatting o violazioni di marchi o brevetti, sembra che la cosa non sia ancora  tenuta nella giusta considerazione (anche perchè in Italia non appare così agevole accedere al servizio); si preferisce così, ancora adesso, occupare “militarmente” fette di mercato per cui (un po’ beffardamente) il rischio di registrazione indebita non si sarebbe mai presentato, col risultato di appensantire i costi di gestione dell’infrastruttura: per intenderci, un conto è registrare un singolo dominio per 10 anni a 100 euro, altro conto è spenderne almeno 5000 per registrare 50 domini per altrettanti anni);
  3. La campagna di pubblicizzazione delle nuove estensioni di dominio è stata condotta, in molti casi, in modo piuttosto ambiguo, evidenziando presunti vantaggi “automatici” (visibilità su Google, ad esempio) quando in realtà, salvo rari casi, non ce n’erano; il successo di un sito, del resto, è sempre figlio di una combinazione di fattori – ed il nome di dominio è uno di questi, e questo è diverso dal voler incentivare ad ogni costo l’acquisto di domini internet che ci serviranno a poco, se non abbiamo idea di come sfruttarli adeguatamente.
  4. Molti TLD molto appetibili costano obiettivamente troppo, ovvero il rapporto costi / benefici appare troppo sbilanciato e difficilmente, temo, saranno mai comprati da qualcuno (vale anche per molti domini messi in vendita nelle aste online, argomento su cui bisognerebbe discutere a parte). Tenere d’occhio i domini scaduti può aiutare in fase di startup o estensione dei servizi, e non sempre è agevole o conveniente stare dietro a questi aggiornamenti.

Chiaro che se paghi svariati milioni di dollari un dominio, ti aspetti per forza che questo possa ripagare nel medio-lungo periodo i tuoi sforzi; del resto se aumentano le estensioni le alternative non mancheranno, per cui la scelta del nome migliore sarà sempre, in fin dei conto, un fattore dipendente dalle scelte editoriali del sito. Ad oggi, secondo me, spendere più di una certa cifra per un singolo dominio non ha senso, e lascerei le spese folli solo a budget ed infrastrutture molto ben organizzate (non solo lato web), cosa che ovviamente avviene anche attualmente nella maggioranza dei casi.

Restiamo in attesa, pertanto, che questo nuovo livello di sensibilità possa prendere piede presso la maggioranza degli attori sul mercato: comprare un dominio con un TLD top del settore è solo il primo passo per vincere la competizione e conquistare clienti (fonte).


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