rel=nofollow, rel=ugc e rel=sponsored: come e quando usarli

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Pubblicato il: 08-02-2021 17:35 , Ultimo aggiornamento: 10-02-2021 17:53

Il rel=nofollow è uno degli attributi di link più famosi introdotti da Google, e gode di peggiore fama in assoluto nel mondo dei SEO (con qualche riserva, come vedremo). Nonostante questo, è uno strumento che bisogna conoscere e di cui sapere fare, senza dubbio, buon uso in un limitato numero di casi.

Storia del nofollow

La SEO, praticamente da sempre, si basa molto sul numero di link in ingresso ad un sito unito ad altri complessi fattori legati a segreti aziendali di Google, a loro volta eredi dell’arte della IR (Information Retrieval). Il problema è che, fin dall’inizio, i webmaster questa cosa l’hanno intuita, ed hanno iniziato a procurarsi backlink “a pacchetto” (link building), in modo da superare i concorrenti sulla quantità.

Col tempo, pertanto, Google ha preso vari provvedimenti per evitare di rendere manipolabili via link risultati di ricerca che, se fosse chiaro essere tali, forse finirebbero per svilire l’immagine di Google “gigante buono” che premia i giusti (quando in realtà, a mio umile avviso, non è che un’amplificatore del mondo in cui viviamo, nel bene e spesso anche nel male).

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A che serve il rel=nofollow?

Nel 2004 Google (ma anche altri motori di ricerca come Bing, per la verità) hanno introdotto un nuovo standard per i link, da sempre considerati un fattore di posizionamento importante per chi faccia la succitata link building. L’attributo nofollow, di fatto, è stato introdotto per due motivi fondamentali:

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  • evitare il comment spam, cioè che un visitatore possa spammare il proprio sito mediante i commenti di link (che è una tattica basilare di link building)
  • taggare opportunamente, come link “non manipolativi”, i link di affiliazioni e sponsorizzazioni varie.

Da un punto di vista SEO, ufficialmente, i link con rel=nofollow non passano nulla in termini di posizionamento; tuttavia sono link comunque importanti, in certi contesti, dato che rappresentano fonti di traffico spesso molto interessanti (ad esempio essere linkati come fonti da Wikipedia: è una classica fonte di link nofollow e, in media, autorevole).

Dal punto di vista pratico, poi, è sempre opportuno che un sito tenda a variare tipo, quantità e attributi dei link in ingresso per evitare la formazione di pattern di link potenzialmente penalizzanti. Quindi, alla prova dei fatti, sono da tempo dell’idea che sia falso che i link nofollow non servano a nulla, visto che servono ad alleggerire il link profile (cioè l’insieme dei link che puntano ad un sito e ne determinano il posizionamento) per cui servono: servono a non farsi penalizzare e far sembrare più naturale la propria link building.

La comunità SEO che sostiene ostinatamente il contrario, dal mio punto di vista, persevera in un errore di concetto da molti anni, forse per paura di veder svilire il mercato dei link. Tanto più che, ad oggi, sono state introdotte addirittura altre due “sfumature” di rel=nofollow: rel=ugc e rel=sponsored.

Non facciamo confusione: nofollow è un attributo HTML

rel è un attributo che può essere manipolato o modificato, il più delle volte, solo mediante accesso diretto al sito di interesse, per quanto siamo comunque soggetti alle “regole” imposte dal webmaster di tutto. Questo per dire che non posso decidere che rel= utilizzare o se non usarlo affatto, per quanto poi molti webmaster e agency si accordino privatamente sull’uso dell’uno o dell’altro (e qui Google può farci poco, se non andare per deduzione in seguito, mediante link analysis).

Da un punto di vista tecnico un rel=nofollow è un attributo HTML dei link che si inserisce:

  • dentro al markup HTML, eventualmente via backend o al limite modificando il codice del theme o, ancora, via plugin appositi;
  • come attributo di un tag <a> (un link, appunto).

Il nofollow non è da confondere con le direttive del noindex del file robots.txt e con il meta attributo noindex, ammissibile in una pagina web per non permetterne l’indicizzazione (ed in certi casi poter rimuovere un risultato di ricerca).

Non facciamo confusione: cosa vuole dire “non seguire” un backlink?

Google scrive:

Google può seguire i link soltanto se vengono definiti tramite un tag <a> con un attributo href. (fonte)

quindi, a quanto pare, anche i link nofollow, a prescindere dall’attributo usato, vengono seguiti.

Molti sono portati a pensare che “non seguire” un backlink sia equivalente a dire “questo link non vale nulla in termini di ranking“, ma in realtà non sembra essere proprio così; prova ne sia il fatto che tanti buoni siti, ben messi in termini di posizionamento, abbiano sia link nofollow che dofollow.

Non seguire, infatti, viene specificato apparentemente da Google nel significato (approssimato) di “considera di meno questo link“, non tanto di “non considerare per il ranking“. C’è infatti un vizio di forma alla base dell’equivoco, secondo me: se Google (come sappiamo) non ammette schemi di link e manipolazioni del ranking, infatti, non sembra avere molto senso che permetta di usare degli attributi per far decidere ai webmaster che “peso” dare ai link.

È sempre e comunque Google a decidere come trattare i backlink, alla fine: ecco perché ho sempre trattato “con riserva” questo tipo di link.

inserire degli attributi per distinguere cosa “seguire” in termini di posizionamento sarebbe quasi un controsenso: tutti inseriscono link per posizionarsi, alla fine, e Google usa i backlink per inquadrare meglio i siti e stilare le proprie classifiche in SERP.

nofollow, quindi, si può usare nella SEO e può comparire in un profilo di link ben fatto (anzi, deve apparire, per limitare il rischio di penalità), senza contare che:

  • qualifica un link di natura commerciale;
  • qualifica comunque il link come “meno potente” a scopi SEO;
  • serve ad indicare che il sito linkato non deve essere indicizzato;
  • il link nofollow potrebbe essere comunque, almeno in teoria, almeno valutato da Google a scopo di ranking SEO.

Dove trovare backlink nofollow

I link nofollow sono tipicamente semplici da reperire, almeno lo sono molto più di quelli privi di attributi. Alcune fonti tipiche di link di questo tipo, che potete usare anche voi, sono:

  • i commenti dei blog che lascino un campo link libero, in cui poter inserire il link di un sito;
  • le firme dei forum (che sono spesso editabili in HTML)

Alla prova dei fatti, i link più comuni che potete ottenere in ingresso, salvo rari casi, tendono ad essere di questo tipo; per ovviare al problema e potenziare il proprio ranking, per questo motivo, si ricorre spesso alla compra-vendita di link, ovvero trattative in cui esista un accordo commerciale (contrattualizzato o meno) tra due webmaster in cui uno compra lo “spazio” sul sito dell’altro, ad esempio perchè molto autorevole o particolarmente a tema con il proprio sito web.

Come inserire il rel=nofollow

Se un link normale appare così, lato HTML:

<a href=”https://sito.it”>àncora</a>

con l’introduzione del rel=nofollow apparirà così:

<a rel=nofollow href=”https://sito.it”>àncora</a>

I CMS ed i blog come WordPress permettono, via plugin, di impostare tale attributo in modo automatico dal backend.

rel=ugc e rel=sponsored: Google introduce due nuovi attributi

Google ha ufficialmente introdotto due nuovi attributi per i link: rel=ugc e rel=sponsored, da affiancare al classico rel=nofollow che tutti conosciamo. La notizia sembra aver scatenato un vero e proprio terremoto all’interno dell’ambito SEO, e questo per una serie di domande, dubbi ed interrogativi: cosa porterà questa novità per i link builder, ad esempio?

A cosa serve il rel=ugc

A prima vista è molto semplice: ugc sta per user-generated content, quindi contenuti generati dagli utenti. Se un utente Pippo posta un link in un forum in cui, ad esempio, consiglia un sito in cui trovare ottimi smartwatch a buon prezzo, dovrebbe essere un caso calzante di uso corretto di rel=ugc.

A leggerla così, del resto, sembra quasi che il rel=ugc dal punto di vista SEO sia uno degli attributi più potenti lato SEO, ammesso che sia collocato nel giusto contesto. Infatti, se ammettiamo che Google sia un amplificatore di contenuti, un sito consigliato (si spera in buonafede) da un utente con attributo ugc, sommato ad altri fattori, potrebbe (il condizionale è obbligatorio ed è un parere personale, nota bene) corrispondere ad un +1 in termini di posizionamento.

Dico questo perchè mi sembra interessante, e per evitare di sconfinare troppo nel pessimismo che impera nel settore da qualche giorno. Del resto, già esiste una pessima fama (alquanto ingiustificata: i siti di successo, del resto, è raro che abbiano solo link di un certo tipo) in termini di rel=nofollow (addirittura, in alcuni casi, molti clienti rifiutano di voler pagare le attività in cui si procurano link di questo caso: alchè verrebbe da dire lasciamo perdere, non lavoriamo più assieme perchè sei semplicemente tirchio).

A cosa serve il rel=sponsored

In questo caso è più complicato: se taggo un link in uscita dal mio sito con rel=sponsored, significa che sto vendendo link, quindi – ed è qui che nasce l’inghippo – sto ammettendo di far parte di uno schema di link! Dal mio punto di vista, almeno per ora, nessuno userà questo attributo: sia perchè nel dubbio, nella SEO, si preferisce far finta di nulla, sia perchè esiste il rel=ugc che potremmo decidere di usare in modo malizioso (ad es. fingere che un link sia generato dall’utente quando in realtà non lo è).

La guida ufficiale sugli schemi di link dice (cito):

[…] esempi di schemi di link che possono influire negativamente sul posizionamento di un sito nei risultati di ricerca […] L’acquisto o la vendita di link per aumentare il PageRank. Ciò include lo scambio di denaro in relazione a link o post che contengono link, lo scambio di beni o servizi in relazione a link o l’invio a qualcuno di un prodotto “gratuito” in cambio di una recensione positiva e dell’inclusione di un link.

A parte che non capisco perchè parlino di PageRank (Forse solo per rendere l’idea della natura manipolatoria, ma personalmente l’ho sempre trovato fuorviante), sembra quasi che il rel=sponsored dal punto di vista SEO possa diventare, a breve, uno degli attributi più penalizzanti lato SEO, ammesso che sia collocato nel giusto contesto (cosa tutta da stabilire, dato che sul web ognuno fa come gli pare). Infatti, se ammettiamo ancora una volta che Google sia un mero amplificatore di contenuti, un sito linkato da un altro con attributo sponsored, sommato ad altri fattori, potrebbe (il condizionale è obbligatorio ed è un parere personale, nota bene) corrispondere ad un -1 in termini di posizionamento per il sito che l’ha inserito.

rel=sponsored: chi mai potrà ammettere di aver venduto un link?

rel=sponsored, secondo me s’intende, semplicemente non ha senso. Non lo userà nessuno di chi vende link, e magari lo useranno altri che non vendono link nè mai l’hanno fatto. Il tutto con l’ovvio risultato che ogni link privo di attributi, nel medio lungo-periodo, anche se sudato e lecito, potrebbe diventare penalizzante.

Sembra quasi (esagero, ma è per capirci) che Google inviti i link builder ad auto-denunciarsi, a momenti. Della serie: facciamo un bel condono fiscale, o magari arriverà presto (o hanno programmato) una “strage”, in termini di penalizzazioni di siti, di qui a breve. È la stessa ipocrisia che da anni, tutti, usiamo nell’attributo rel=nofollow, che ci sia o meno poco cambia: il mercato dei link resta uguale.

È chiaro che, ad una prima analisi, il rel=sponsored in particolare venga utilizzato per tracciare chiaramente, o quantomeno avere un campione più preciso, di chi vende link: pratica, lo ricordo, ufficialmente vietata dalle linee guida di Google perchè porta penalizzazioni potenziali. Almeno, dovrebbe essere così, fermo restando l’ambiguità con cui Google guarda i SEO – un giorno sono i nemici pubblici N. 1, il giorno dopo pubblicano addirittura delle linee guida su come scegliere un “buon” SEO, il che denota quantomeno un livello di confusione strategico-comunicativa rivedibile, per usare un eufemismo. Dottor Jeckyll o Mister Hide?

Vedendola in modo più benevolo, del resto, è anche possibile che Google voglia distingue tra chi vende link “ogni tanto” e chi, invece, fa quello e basta di mestiere. Solo il tempo saprà darci le risposte, almeno in parte.

Come inserire il rel=nofollow

Da un punto di vista visuale, ovviamente, l’uso di un rel non cambia l’aspetto dei link, ma tenderà a cambiare la percezione che avrà Google dello stesso a scopo di posizionamento (in teoria). Se un link normale appare così, lato HTML:

<a href=”https://sito.it”>àncora</a>

con l’introduzione del rel=ugc apparirà così:

<a rel=nofollow href=”https://sito.it”>àncora</a>

I CMS ed i blog come WordPress permettono di impostare questi attributi nel proprio editor di backend mediante appositi plugin.

Come inserire il rel=ugc

Da un punto di vista visuale, ovviamente, l’uso di un rel non cambia l’aspetto dei link, ma tenderà a cambiare la percezione che avrà Google dello stesso a scopo di posizionamento (in teoria). Se un link normale appare così, lato HTML:

<a href=”https://sito.it”>àncora</a>

con l’introduzione del rel=ugc apparirà così:

<a rel=ugc href=”https://sito.it”>àncora</a>

I CMS ed i blog come WordPress permettono di impostare questi attributi nel proprio editor di backend mediante appositi plugin.

Come inserire il rel=sponsored

Se un link normale appare così, lato HTML:

<a href=”https://sito.it”>àncora</a>

con l’introduzione del rel=sponsored apparirà così:

<a rel=sponsored href=”https://sito.it”>àncora</a>

I CMS ed i blog come WordPress permettono di impostare questi attributi nel proprio editor di backend mediante appositi plugin.

(Fonte: Blog ufficiale di Google)

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Grazie per aver letto rel=nofollow, rel=ugc e rel=sponsored: come e quando usarli di Salvatore Capolupo su Trovalost.it
rel=nofollow, rel=ugc e rel=sponsored: come e quando usarli (Guide, Zona Marketing)

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