E tu, non vuoi abolire l’anonimato online?

E tu, non vuoi abolire l’anonimato online?

La discussione della politica italiana sulla legge per “l’abolizione dell’anonimato online” ricorda, per certi versi, l’immagine poetica di Don Chisciotte: innamorato dei propri sogni per antonomasia, andava a combattere contro i mulini a vento. A differenza dell’eleganza del suddetto, del resto, i toni di chi sta chiedendo a gran voce, da qualche giorno, di imporre ai social network di poter registrare un account presentando un documento di identità, assume tonalità che definire discutibile appare molto educato quanto poco appropriato.

Giusto l’altro ieri, internet ha compiuto cinquant’anni: e sembra essere diventato un vero e proprio cinquantenne sul web, in lotta per il sacrosanto diritto di postare gattini glitterati senza che Lollo85 possa dirgli che è ridicolo nel farlo (un suo diritto scriverlo, un diritto del cinquantenne ignorarlo, bannarlo e comunque non rovinarsi la giornata per colpa sua, penso).

Ho sempre spiegato su questo sito, a più riprese, che l’anonimato è un’esigenza, prima che un “lusso” per molestatori di internet: questo perchè, anzitutto, il problema dei furti di identità è tipico di molte piattaforme web, che non sempre hanno a cuore la privacy dei rispettivi utenti. In secondo luogo, è uno strumento come tanti: l’anonimato è il coltello da cucina, può essere usato in modo corretto o improprio, ma demonizzarlo a prescindere è una battaglia miope e senza senso che, alla lunga, ha il solo vantaggio di definire molto bene il profilo di chi ne regge le parti. Che, col dovuto rispetto, non ne esce benissimo.

Imporre l’invio di un documento per autenticare una persona sui social, come si vorrebbe fare secondo il nuovo partito Italia Viva, non ha senso da un punto di vista pratico: potrei sempre registrarmi a nome di un altro usando documenti falsi o temporaneamente sottratti, ad esempio. Chi mi dice che chi invia il documento di Paolo Rossi sia davvero lui, e non un suo acerrimo nemico?

Per autentificare correttamente una persona in modo che sia chi dice davvero di essere, del resto, servirebbe un meccanismo di autenticazione molto solido, nei fatti impraticabile per i più, ad esempio basato su un mix di fattori che possano ricondurre in modo certo alla persona stessa (ad esempio una chiave hardware), chiave che – peraltro – potrebbe comunque essere sottratta. Costi, tempi, modalità impraticabili per un giocattolo come un social network in cui ognuno, peraltro, dovrebbe avere il diritto di inserire un cognome finto e godersi l’intimità di condividere ciò che vuole con pochi (o tanti, eletti o meno) “amici”. Perchè se tutti dobbiamo registrarci con un documento (anche solo la seriosità della proposta è irritante, figurarsi se uno conosce un minimo la tecnologia) per usare un social, diventa ridicolo rimanerci, passa la voglia per lo stesso motivo per cui diventa impossibile socializzare – lo scopo principale, anche se non l’unico, dei social, ricordate? –  all’Agenzia delle Entrate oppure all’ingresso di un Tribunale. Ho sempre sostenuto ironicamente che se in Italia esistesse una facoltà di burocrazia avremmo prodotto eccellenze a livello mondiale – e questo caso lo dimostra in larga parte.

Quindi il probema, da un punto di vista tecnico, per quanto ne capiamo da vostri servili e umilissimi ingegneri informatici, non si risolve così, è sbagliato in partenza. Tanto più che la Polizia Postale sa fare bene il proprio mestiere e riesce comunque, dati alla mano, a identificare e riconoscere i criminali. Mettere l’obbligo della carta d’identità per registrarsi su un social diventerebbe semplicemente un paravento rassicurante, oltre che un modo comodo per le società che li gestiscono (Facebook e compagnia) per profilare ancora meglio i propri utenti e, alla lunga, fatturare di più in pubblicità rivolta a quegli utenti. Il resto non cambia: proprio per quello che ho premesso – nessuno garantirà mai che io stia usando davvero un mio documento e non, ad esempio, uno a cui ho fatto una foto all’insaputa della vittima.

Se poi davvero succedesse una cosa del genere, chi decide quali siano le regole? Il governo, certo, ma per quanto tempo e in che termini? Il Partito Pirata, ancora una volta, ci ricorda che le regole del governo, nel frattempo, possono cambiare, e l’introduzione di un obbligo del genere – ammesso che sia fattibile imporlo, cosa non scontata: cosa facciamo, andiamo da Facebook e gli diciamo o fai questa cosa o altrimenti cosa succede? – sarebbe facile da abusare da parte di un governo autoritario o con analoghe velleità. Ci vuole coraggio, a questo punto, per pensare che chi la pensa come me lo scriva per vigliaccheria (come qualcuno ha scritto, sugli stessi social che vorrebbe mantenere “puliti”).

Del resto – ironic time – ci sarebbero tanti modi per garantire che una persona abbia un vero account e non possa crearsi un account fake del tipo “Ciccio Pasticcio”, del resto: non ci scoraggiamo! Ad esempio, basterebbe dare la possibilità alle persone di registrarsi su Facebook esclusivamente in caserme e stazioni dei carabinieri presidiate, o magari in presenza di un magistrato che apponga una firma digitale sul documento, o almeno una guardia giurata che possa effettuare, prima della registrazione, gli opportuni controlli del caso: una scansione della nostra pupilla, una firmetta qui, un’impronta digitale ed ecco il suo account Facebook “certificato”. Uno scenario da cui Orwell, probabilmente, avrebbe tratto un ennesimo romanzo: dopo 1984, 2019. Problem solved. Con tonnellate di paranoia annessa (domande lecite e probabilmente imbarazzanti da porsi: chi decide il “livello di ammissibilità” di un commento su internet? Chi monitora che nessuno abbia offeso il politico o il VIP di turno? Che strumenti si useranno per controllare? Sono strumenti leciti rispetto al GDPR e a quello che l’Europa impone in merito?). Ah, la consueta semplicità del Belpaese, insomma.

Non bisogna dimenticare, al netto del sarcasmo, che qualora consegnassimo un documento a Facebook staremmo di fatto regalando una scansione di patente o carta di identità ad un’azienda privata, che guarda caso colleziona dati e gusti personali per mestiere e che non sempre, racconta la cronaca, ha mostrato la cura doverosa per la tutela degli stessi. Una fuga di dati in quel caso sarebbe potenzialmente devastante, perchè esporrebbe dati personali di milioni di utenti a furti di identità, casi di stalking e chi più ne ha, ne metta. Del resto, sapete, ci hanno proposto la legge sui cookie, l’Italia fiocca di esperti (o presunti tali) in GDPR, vuoi che non ci sia qualcuno che si occupi del problema della riservatezza di dati personali. Ve lo dico io: no, non c’è, perchè le persone – in genere – se ne fregano della propria privacy perchè ragionano inconsciamente nei termini di cui sopra: “frugate pure, io non ho niente da nascondere!1!“. Perfetto: ne riparliamo quando troverete una webcam installata nel vostro bagno, o uscirà la legge per farsi la doccia con la finestra spalancata.

Il problema della privacy, del resto, sfugge alla comprensione di molti addetti ai lavori, che ignorano il problema o si chiedono che problema ci sia a consegnare dati personali per scopi leciti. Se non hai nulla da temere, non hai nulla da nascondere: una frase che molti usano in modo facilone e semplicistico, e che è bene sapere che è di paternità di un tristemente noto gerarca nazista del secolo scorso (basta una ricerchina su Wikipedia per scoprirlo). In Italia, per inciso, il Partito Pirata – a mio umile avviso – dovrebbe darsi una mossa per arginare definitivamente la tendenza, sempre più diffusa, a far pensare in modo così populista che basti reprimere e controllare le persone per risolvere tutti i problemi.

A pensarci bene, in effetti, questo articolo è un pezzettino di informazione digitale (che peraltro esce a mio nome, Salvatore Capolupo, per cui no excuses) e che probabilmente tra qualche tempo non ricorderà più nessuno, a parte la solita congrega di smanettoni o magari qualcuno che ha pensato di salvarselo in un bookmark. E se non ci avrà pensato Google, basterà Archive.org o un servizio di archiviazione online analogo a tenerne memoria. Speriamo non per rimpiangere i bei tempi in cui si poteva essere anonimi sui social e su internet in genere, ammesso che ci riescano (i limiti li abbiamo visti).

Perché, da sempre, chiunque sa con certezza che quello che va su internet ci rimane per sempre: se non ti piace questa regola, su internet non dovresti nemmeno starci (e faresti anche più figura). E questa regola, assieme all’impossibilità di risalire all’identità dell’ennesimo troll che ti sfotte su Facebook (qualche che sia il motivo: perchè sei grasso, anarco-capitalista, apparentemente sciocco o presunto comunista), non potrà certo cambiata da nessuna legge, neanche la più restrittiva. Mi spiace per voi che lo pensate.

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E prima se ne rendono conto e se ne fanno una ragione, meglio sarà.

Se vuoi saperne di più, leggi quest’altro articolo del Partito Pirata.


Informazioni sull'autore

Salvatore Capolupo

Consulente SEO, ingegnere informatico e fondatore di Trovalost.it, Pagare.online, Lipercubo.it e tanti altri. Di solito passo inosservato e non ne approfitto.
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