Leggere storie di successo fake può indurre false convinzioni? Lo spiega una nuova ricerca


Pubblicato il: 16-01-2022 12:13 , Ultimo aggiornamento: 16-01-2022 14:56

Nel mondo delle startup (e di certo marketing a volte un po’ ingannevole), le storie di successo o case history entusiasmano e formano un utilizzatissimo storytelling, a cui moltissimi finiscono per ispirarsi. Come diventare un imprenditore di successo è il mantra a cui tanti sono sottoposti, al giorno d’oggi, tra proposte di consulenze e manuali di formazione, così come corsi, webinar e così via. Potrebbe venirci il dubbio che queste storie, vere o false che siano, possano costituire un aspetto negativo che influenza il comportamento delle persone, creando stereotipi sul successo e fuorviando l’opinione pubblica.

Secondi i ricercatori della Toronto University che hanno pubblicato l’articolo (sulla rivista Judgment and Decision Making) Success stories cause false beliefs about success, sembrerebbe che non sia per forza così: sembrerebbe invece che qualsiasi caratteristica di un fenomeno possa arbitrariamente essere associata al successo, purchè esista almeno un esempio di tale (falsa) correlazione. È piuttosto chiaro che molte case history che riguardano le aziend che “ce l’hanno fatta” siano state scelte in maniera selettiva (per non dire arbitraria), in molti casi ignorando i casi di fallimento ed escludendo dal computo le problematiche reali che quelle aziende hanno dovuto affrontare. Ma queste narrazioni evidentemente distorte, almeno in una parte di casi, sono abbastanza da indurre i lettori a effettuare inferenze errate sulla realtà? Gli effetti ci sono e, in tal caso, sono quantificabili?  È fuori di dubbio che tanti manuali di auto-aiuto, motivazionali e di marketing indichino la presunta “strada da seguire” a persone ed aziende per “avere successo” in un ambito; ma queste affermazioni sono condizionanti sul lettore nella vita di ogni giorno, oppure no?

L’esperimento condotto nell’articolo è stato il seguente: ai partecipanti è stato chiesto di effettuare una scommessa virtuale sulla possibilità che una startup (nei casi classici di founder laureato e non laureato) avesse effettivamente successo, diventando ciò che nella finanza sono definite società unicorno (quelle che sono quotate più di un miliardo di dollari). Per comprendere l’influenza comunicativa della narrazione ad alcuni di loro non è stato proposto alcun esempio, e la valutazione è stata richiesta in modo individuale: in alcuni casi, ai partecipanti è stato spiegato il funzionamento dei bias cognitivi e le tecniche di manipolazione che possono portare a fraintendimenti interpretativi, in buona o cattiva fede che sia.

Emerge in prima istanza che anche solo mostrare esempi parziali di successo sia determinante a modificare le valutazioni: chi aveva letto di founder laureati di successo, ad esempio, nell’87% dei casi tendeva a scommettere sul successo di una società fondata e gestita in questo modo, ignorando di fatto le altre possibilità (farsi condizionare dalla prima cosa che sentiamo, o effetto priming). Secondo i ricercatori ciò non vuol dire che certe narrazioni tendenziose (spesso al limite delle fake news) siano realmente in grado di modificare le nostre credenze, ma possano spesso – in ogni caso – far verificare un sostanziale bias di conferma, ovvero dare forza a convinzioni regresse. Leggendo storie di successo anche in modo rapido e parziale possiamo trovare conferma a cose che già pensavamo da prima, ignorando deliberatamente gli elementi contraddittori o in qualche modo imbarazzanti.

Ma la vera chiave dell’esperimento condotto riguarda coloro che non avevano ricevuto informazioni a riguardo: senza saperne nulla, senza leggere alcuna case history, il livello di fiducia nel successo rimaneva sostanzialmente alto. Addirittura nel 92% dei casi, da quello che riporta l’articolo, le persone inferivano una fortissima capacità di attribuire motivazioni casuali per le loro scelte, legate ad esempio a stereotipi sulla maggiore creatività dei non laureati e sulla superiore determinazione dei laureati, nonchè effetto di un sostanziale cherry picking (selettività nelle informazioni che leggiamo, che ci porta senza rendercene conto ad ignorare alcuni aspetti di una notizia e a dare rilievo spesso esagerato solo a quello che ci piace, o magari ci convince maggiormente a priori).

La scoperta, se confermata anche in esperimenti futuri, non sembra avere conseguenze solo per il mondo delle startup: le implicazioni sono implicite nonchè visibili nell’ecosistema informativo in cui viviamo, spesso “bombardati” da notizie che, sia pur tecnicamente corrette (esempio: i dati sui vaccini o sul numero di positivi al Covid-19), se presentate in modo fuorviante (per esempio per via di convinzioni regresse del giornalista, anche a livello inconscio) possono portare a conclusioni ingiustificate, non corrette o irrazionali. Ed è interessante notare come, di fatto, non basti essere consapevoli delle possibilità di manipolazione e della presenza di bias cognitivi: ne siamo affetti tutti, probabilmente senza distinzioni e a prescindere dalla nostra effettiva capacità critica.


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