Non sei tu, sono io: quando il microfono ti spia senza saperlo

Un bel giorno – che fosse davvero “bello” resta ancora da decidere – un ragazzo si trovava a casa, in videoconferenza come al solito, avendo appena avuto l’accortezza di disattivare il microfono. Si accorse, tuttavia, che il led dello stesso era rimasto acceso, ad indicare che probabilmente era ancora attivo e funzionante, stava ricevendo segnali sonori e forse li stava addirittura inviando da qualche parte. Senza pensarci due volte, segnalò il proprio dubbio al fratello maggiore, docente universitario di ingegneria ed esperto di privacy professor Kassem Fawaz, in modo che potesse dare un occhio alla questione, spiegandogli come aveva rilevato il problema e come ricostruire le stesse condizioni in cui si era trovato.

Indagando sulla questione con il proprio studente Yucheng Yang, il professor Fawaz si accorse che si trattava di un piccolo/grande problema di privacy, risalente a qualche anno prima (il caso di alcune webcam che erano attive e registravano nonostante sembrassero spente), e che sembrava ancora sostanziale: su dispositivi iOS, android, Windows e Mac, utilizzando varie app di videoconferenze il microfono risultava “spento” quando, in realtà , non lo era sul serio. Una prospettiva inquietante, se si pensa che a microfono spento potresti dire qualcosa di molto sconveniente contro il tuo capo oppure, più semplicemente, usare un linguaggio diretto, imbarazzante o fin troppo esplicito con il tuo partner a casa.

Le app di videoconferenza, in sostanza, non sembra riescono a disattivare il microfono come dovrebbero, “illudendo” l’utente di averlo fatto.

Quella che sembrava una semplice osservazione en passant divenne, dopo uno studio approfondito di Fawag e Yang, una vera e propria conferenza originale, in cui si è indagato su cosa avviene ai microfoni quando si usano le app di videoconferenza in generale. Con un campione di 223 app di videoconferenza differenti, molte delle quali diffuse a livello internazionale, la ricerca si è svolta grazie ad un team di volontari chiamato, di fatto, a fare uso delle app normalmente, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dalle stesse per disattivare il microfono.

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Da quello che risulta dall’esperimento, l’audio riesce in specifici casi a passare ed essere trasmesso in rete anche a microfono muted, cioè silenziato, e questo naturalmente è un problema che dovrà  essere affrontato, a questo punto, probabilmente in sede delle singole app o dei rispettivi sistemi operativi, o essere comunque soggetto ad un’analisi ulteriore. àˆ molto probabile che si tratti di un bug “sfuggito di mano”, ammesso che la portata del problema sia davvero quella indicata dai due ricercatori.

Dato ancora più curioso, il “leak” / fuga di dati audio in questione è stato oggetto di un ulteriore test da parte di un algoritmo di intelligenza artificiale, che è riuscito ad identificare dai rumori di fondo che cosa stesse facendo l’utente, con una precisione dell’82% (se stesse cucinando, mangiando o pulendo casa ad esempio). Secondo i ricercatori la soluzione al problema andrebbe cercata mettendo a disposizione degli interruttori software che disabilitino i microfoni in modo esplicito, non all’interno dell’app ma dentro al sistema operativo, oppure – al limite – utilizzando interruttori hardware posti sui computer o sugli smartphone. Cosa che potrebbe essere vera, quest’ultima, ma che fatichiamo un po’ ad immaginare come possibile, ad oggi. Di sicuro la ricerca pone nuove prospettive sulla privacy e non deve essere sottovalutata in alcun modo.

Il risultato della ricerca sarà  presentato dai due autori, nel mese di giugno, presso il Privacy Enhancing Technologies Symposium.



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