Google vs. Amazon: cloud da capogiro

Google vs. Amazon: cloud da capogiro

Quello tra Amazon e Google sembra essere, in ambito cloud, qualcosa di molto simile ad un classico “scontro fra titani”: da un lato, infatti, il primo ha inaugurato e fatto funzionare un cluster che ha eseguito per 18 ore 156314 processori alla velocità di ben 1.21 petaflop (un petaflop rappresenta 1015 operazioni floating point al secondo). Per questa ragione Amazon è finito nella top100 dei migliori supercomputer al mondo, per quanto nel frattempo Google non sia rimasta a guardare: il suo supercomputer è riuscito, dati del benchmark alla mano, a processare ben 1 milione di richieste al secondo, generate da più processi parallelamente e smistati dalla “nuvola” verso 200 macchine virtuali single-core.

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Cosa ancora più interessante, questo genere di richieste è stata mantenuta nel tempo, come mostra il seguente grafico, sotto un “bombardamento” di un milione di richieste al secondo per diversi minuti, mostrando come il sistema riesca sostanzialmente a reggere l’impatto.

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Il cloud computing, in entrambi i casi, sembra essere piuttosto promettente ed è difficile dire quale delle due tecnologie sia migliore: resta il fatto che queste realtà più grosse sembrano essere apparentemente più potenti e sicure di quanto non siano quelle di medio livello, come (tanto per citarne due) Softlayer e Seeweb. Ovviamente si parla di cloud per servizi di hosting ma le applicazioni, in realtà, possono essere molto più vaste e sempre fedeli al paradigma SasS (Software as a Service). Sono piuttosto convinto che, nel giro di qualche anno, il cloud computing e l’hosting di tipo cloud potranno diventare, senza troppi complimenti, un modo semplice ed efficace per realizzare app e siti scalabili per tutti gli utenti: questo è già vero per le webmail e per lo storage dei dati, chissà che non possa diventare uno standard – non troppo complesso, soprattutto – anche per i nostri siti in wordpress e similari. Quando le richieste di un servizio aumentano a dismisura, è forse – ma dipende molto dai casi concreti, in realtà – arrivato il momento di passare ad un cloud.

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