Le smart TV possono davvero spiarci? Arrivano le smart-TV a comando vocale, si insinua qualche dubbio sulla tutela della privacy

<span class="entry-title-primary">Le smart TV possono davvero spiarci?</span> <span class="entry-subtitle">Arrivano le smart-TV a comando vocale, si insinua qualche dubbio sulla tutela della privacy</span>

Una smart TV, cioè una televisione che sfrutta attivamente internet per abilitare ulteriori funzionalità, può essere usata come strumento-spia del consumatore? Il dubbio è stato avanzato da un articolo pubblicato sulla versione online del quotidiano The Register, riportato oggi da moltissime altre testate italiane, il quale mette in evidenza due passi significativi riportati sulle istruzioni delle smart TV di marca Samsung. C’è da premettere che la notizia deve essere utile a diffondere maggiore consapevolezza negli utenti e non, come molte testate sono portate a far credere, pesante allarmismo. Non si tratta, ovviamente, di un attacco specifico contro Samsung: il problema è più generale di quanto si possa credere. Del resto, scrivere come ha fatto qualcuno che questi dispositivi “ascoltano quello che si dice” (hdblog) o parlare di “cimici in salotto” (punto informatico) rischiano, per certi versi, di alimentare la diffidenza anti-tecnologica di alcuni, ed il livello di paranoia in modo pesante, soprattutto i meno esperti. Il problema, come ho scritto in più occasioni, è legato alla scarsa chiarezza da parte delle aziende nel far capire, ad esempio, la portata tecnologica di una smart TV come di uno smartphone, considerati spesso alla stregua di “giocattoli”, quando invece non lo sono affatto.

Il vero punto qui è il seguente, almeno a mio avviso: il riconoscimento vocale, cioè il fatto che il dispositivo sia in ascolto dell’utente, è una caratteristica che può essere utile in varie circostanze e non andrebbe criminalizzata di per sè. Il problema è che questi dati vocali sono trasmessi in rete, e a poco serve che siano dati criptati (anche se certamente è essenziale, dato che protegge da attacchi esterni “man in the middle“): il punto non sono tanto gli attacchi esterni, quanto cosa farà con i dati raccolti l’azienda in questione.

Un po’ come succede con il cloud, insomma: che ne sarà dei nostri dati? È possibile avere la garanzia che siano cancellati per sempre, se lo vogliamo? In linea di massima, sappiamo che un dato trasmesso in rete è replicabile potenzialmente all’infinito: chiunque potrebbe averne già fatto una copia. Quindi bisogna, e Samsung giustamente lo evidenzia, fare attenzione a non trasmettere dati privati o sensibili in prossimità di una smart TV accesa con riconoscimento vocale funzionante. Questo è il senso della notizia che molti stanno riportando su blog e quotidiani.

Essere cliente di un’azienda, del resto, non dovrebbe fornire in automatico il diritto a raccogliere informazioni su di noi, tanto più che una smart TV viene spesso messa in salotto, teatro di discussioni molto spesso riservate tra noi ed i nostri cari. Del resto, quanto è davvero utile il riconoscimento vocale per una smart TV, quando un banalissimo telecomando può permettere lo stesso? Perchè è stata introdotta una caratteristica così controversa: ne valeva davvero la pena?

Di suo, l’abilitazione di un comando vocale potrebbe funzionare tranquillamente mediante software privo di accesso ad internet: di fatto, pero’, c’è il problema della lingua, per cui l’azienda si riserva il diritto, ed avvisa i suoi utenti di questo, di trasmettere i comandi vocali in rete al fine di tradurli al meglio. Siamo davvero disposti a rinunciare ad un pezzo di privacy per avere vantaggi tecnologici? L’andazzo attuale sembra suggerire esattamente questo.

Ad ogni modo, le istruzioni Samsung riportata dalla testata inglese si legge (la traduzione è stata effettuata liberamente da me):

Samsung potrebbe raccogliere mediante il suo dispositivo comandi vocali e testo associati ad essi, in modo da fornire opportune caratteristiche di riconoscimento vocale e consentire un incremento delle prestazioni.

In secondo luogo:

Si prega di fare attenzione che se i dati vocali includono informazioni personali, tali dati saranno catturati e trasmessi a terze parti in base al funzionamento del riconoscimento vocale.

A parte che ci vorrebbe maggiore chiarezza sul fatto che le terze parti siano la Samsung o qualche azienda partner (e sapere il suo nome non sarebbe neanche male: Sony, Apple, Agenzia Tal Dei Tali, Microsoft, NSA, ecc.), questa ultima parte rimarca, per fortuna, il nostro diritto di non essere forzati nell’uso di una tecnologia del genere, se non lo vogliamo:

è possibile disabilitare il riconoscimento vocale mediante il menu di impostazioni: ovviamente, questo vi impedirà di usare questa caratteristica (sic).

Quantomeno, a questo punto, se ad una persona non interessa questa cosa o non desidera averla, dovrebbe avere uno sconto sul prezzo finale. La nostra privacy, come sempre, passa prima di tutto dal nostro uso consapevole delle tecnologie.

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