Post Pandemia: Tornare in ufficio o continuare con lo smartworking?

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Pubblicato il: 07-07-2021 14:25 , Ultimo aggiornamento: 13-07-2021 16:04

La pandemia non è ancora terminata ma grazie ai vaccini, nonostante le varianti che sicuramente ci accompagneranno per un lungo tratto, la situazione sta tornando lentamente alla normalità e con essa dovrebbero a breve cessare anche molte misure di contenimento cui siamo ormai abituati da quel fatidico febbraio/marzo 2020. Una delle misure di contenimento di cui si è fatto maggior ricorso è stato lo “smartworking” che per alcuni dovrebbe continuare ad essere adottato come metodo standard di lavoro in quanto latore di mille vantaggi. Ma non tutti sono d’accordo, vediamo perché.

I vantaggi dello smartworking

Il termine tutto italiano seppur scritto in lingua inglese “smartworking” (gli inglesi, depositari naturali della loro lingua, denominano il “lavorare da casa” con il corrispettivo letterale “working from home“, ma a noi italiani, com’è noto, piace brutalizzare le lingue altrui e inventare ridicoli neologismi), è diventato un tormentone dai mesi della pandemia e per alcuni sembra essere diventato un punto di non ritorno del mercato del lavoro e della sua gestione in ottica generale. Molte aziende, soprattutto quelle i cui dipendenti lavorano prevalentemente se non esclusivamente dietro uno PC, con poche o nulle interazioni con l’utenza e con limitati contatti con i colleghi – facilmente sopperibili tramite chat e/o telefonate – sembrerebbero intenzionate a far continuare a lavorare da casa i loro dipendenti (o almeno coloro che non hanno compiti di front-office) poiché, le aziende stesse prima dei dipendenti, ne avrebbero sostanziosi ed immediati ritorni economici:

  • abbattimento dei costi di affitto e gestione dei locali;
  • eventuali problemi di linea internet da “scaricare” sulle reti domestiche dei dipendenti e da far quindi risolvere agli stessi;
  • minore conflittualità tra dipendenti che, vedendosi meno, soffrirebbero “in silenzio” eventuali gelosie, invidie, “questioni di cuore”, ecc.;
  • azzeramento delle spese relative alla sicurezza dei locali;
  • meno burocrazie e meno controlli da parte delle autorità;
  • meno settori organizzativi e/o gestionali da appaltare a terzi, tipo servizio mensa, pulizia, noleggio stampanti, ecc.;
  • drastica riduzione dell’utilizzo di materiali cartacei che non abbatte soltanto i costi della carta in sé (trascurabili, seppur processo importante dal punto di vista della salvaguardia ambientale) quanto quello dei locali da adibire ad archivio;
  • minore ricorso ai giorni di assenza per malattia da parte dei dipendenti;
  • minore incidenza dei ritardi sul posto di lavoro poiché i dipendenti non devono spostarsi da casa per recarsi in ufficio;
  • più semplice adesione dei dipendenti a eventuali richieste di ore di lavoro straordinario.

Insomma, la lista dei vantaggi per i titolari (e per molti versi anche per i dipendenti) è abbastanza lunga che ad una prima occhiata i risparmi economici e i vantaggi logistici che ne derivano sembrano essere davvero considerevoli.

Ad alcuni continua a non piacere

Ma non tutti sembrano pensarla allo stesso modo. Pochi giorni fa il CEO della banca d’affari Morgan Stanley, James Gorman, durante un incontro annuale con i dirigenti, ha affermato che entro l’autunno tutti i dipendenti (almeno quelli della sede di New York), fatta salva una dovuta flessibilità, dovranno abbandonare tuta e pantofole per indossare nuovamente giacca e cravatta e tornare negli uffici di Times Square. Il manager giustifica la direttiva aziendale con il fatto che, essendo stata ormai vaccinata la quasi totalità dei dipendenti, è inutile che questi restino a casa. Una frase pronunciata da Gorman lascia poco spazio ad interpretazioni: “se siete tornati ad andare in ristorante potete tornare a venire anche in ufficio”.

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Le parole di Gorman – uno che, per occupare il ruolo che ricopre, di “rapporto costi/benefici” deve necessariamente intendersene – sembrano cancellare in un solo colpo tutta la lista di vantaggi per l’azienda che abbiamo elencato poco sopra. Ma effettivamente la sua sembra non essere una voce fuori dal coro e tante grandi aziende (sottolineiamo “grandi”, mentre le piccole sembrerebbero essere per la stragrande maggioranza orientate a mantenere i dipendenti a casa), anche da noi in Europa, starebbero pressando su autorità e organizzazioni sindacali per avere un massiccio e repentino rientro “alla base” dei dipendenti.

Le 5C del capitalismo, ma non solo

Ciò che sembra si stia manifestando nei piani alti delle maggiori aziende del globo è la paura di perdere i vantaggi che le cosiddette “5C” (Controllo, Cultura, Collaborazione, Contributo, Connessione) garantiscono ai datori di lavoro:

  • Controllo: a causa della cultura del sospetto che atavicamente attanaglia i datori di lavoro (non sempre a torto), sono convinti che se non si ha un diretto controllo “visivo” del dipendente questo tende a lavorare meno e ad utilizzare, quando possibile, pericolose “scorciatoie” nello svolgere un compito assegnatogli;
  • Cultura: i datori di lavoro temono che con lo smartworking si perda la cultura aziendale che vogliono inculcare, dando libero sfogo a solismi e a dinamiche di lavoro non gradite ma difficilmente rintracciabili a distanza;
  • Collaborazione: altro aspetto che spaventa i manager è che lavorando a distanza i dipendenti possano perdere in spirito collaborativo che è effettivamente una qualità vincente all’interno di un’azienda;
  • Contributo: questo punto si ricollega direttamente al primo e rappresenta la paura del datore di lavoro che il dipendente non stia sempre lavorando da casa. Questo è il retaggio di un modo sbagliato di intendere il lavoro, incentrato sulla quantità di lavoro (il vedere il dipendente effettivamente seduto 8 ore al giorno dietro la scrivania) piuttosto che sulla qualità (gli obiettivi realmente conseguiti);
  • Connessione: un dipendente isolato dagli altri rischia di rallentare o pregiudicare in qualità e quantità i lavori di squadra. Questa paura non è del tutto peregrina ma è pur vero che con i moderni mezzi di comunicazione si può sopperire senza troppi problemi alla distanza fisica, restando comunque sempre in comunicazione reciproca.

Sembra quindi che i colossi storici che dietro ad un certo modo di “fare azienda” hanno costruito le loro fortune non vogliano rinunciare al processo produttivo-gestionale-manageriale ormai oliato e rodato  portato avanti per decenni.

Foto di Free-Photos da Pixabay

Ma c’è anche un’altra spiegazione, molto meno “romantica”, alla vicenda. Numerose aziende, hanno infatti investito milioni (a volte miliardi) di dollari/euro per costruire le loro avveniristiche sedi in enormi grattacieli, costosissimi e ipermoderni. Lasciare vuoti tutti quegli uffici, alla lunga, causerebbe non solo una perdita d’esercizio enorme (le spese di gestioni di palazzi così grandi scaricabili dalle tasse sono impressionanti) ma anche lo svilimento di un vero e proprio simbolo associato al marchio: Donald Trump sarebbe diventato presidente degli USA senza il simbolo di grandeur testimoniato dalla sua Trump Tower? Quanto ha influito il Rockfeller Center nelle fortune della nota famiglia di banchieri? E il New York Times avrebbe lo stesso prestigio senza il New York Times Building?

Spesso la fortuna di un’azienda o di un imprenditore non è dovuta solo alle loro capacità ma anche alla loro iconica presenza simbolica testimoniata da edifici e infrastrutture e i grossi manager questo lo sanno bene, così bene da aver capito che forse è meglio far tornare i dipendenti in ufficio – nonostante questo possa significare mantenere a bilancio onerose spese di gestione che lo smartworking ridurrebbe sensibilmente – piuttosto che perdere il peso simbolico, spesso sinonimo di successo e credibilità, che i loro palazzi garantiscono al marchio.

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