Cos’è il DRM, a cosa serve e qual è il suo vero scopo

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La gestione dei diritti d’autore digitali o Digital Rights Management (noto il più delle volte come acronimo o sigla, DRM) occupa da sempre libri e discussioni a tema, contrapponendo gli alfieri delle libertà  digitali (paladini anch’essi dell’open source, il più delle volte) a chi legittimamente vorrebbe tutelare i diritti dei contenuti che mette online. Il più delle volte non è possibile discutere diligentemente della questione perchè, di fatto, il tutto si sposta sul piano della legittimità  delle libertà  digitali, difficili da conciliare con gli interessi commerciali (anch’essi legittimi, a ben vedere) dei produttori di contenuti.

La questione DRM, per certi versi, si è rivelata malposta, mentre da un punto di vista tecnico ha avuto grande diffusione nonostante le diffidenze e le “prediche” che abbiamo sentito in direzione contraria negli scorsi anni. Il DRM impedisce di usufruire di determinati contenuti obbligando gli utenti ad acquistare un servizio in abbonamento, bloccando la possibilità  di effettuare condivisioni con altri (come il caso DAZN ha in parte dimostrato anche in Italia, ad esempio, per quanto lଠfosse basata su un parziale misunderstanding). Di fatto, il DRM ha fatto uso della crittografia come strumento per impedire il download e la diffusione di contenuti a pagamento. Sta di fatto che i file di Netflix e Spotify non sono scaricabili con facilità , e varie contromisure in termini di DRM valgono anche per piattaforme come l’app di Sky Go oppure DAZN.

Come funziona il DRM

Alla base del DRM vi sono due aspetti: da un lato l’uso della crittografia che è legata ad un certo dispositivo e rende impossibile visionare il contenuto dello streaming o del file del film (ad esempio) da qualsiasi altro. Dall’altro vi è l’inserimento di particolari metadati all’interno dei contenuti, che possano essere usufruiti solo con player proprietari. Di fatto l’uso del DRM è stato più volte criticato dai sostenitori dell’open source, per quanto sia di fatto, ad oggi, parte integrante del modello di business di molte aziende di streaming legale.

Su molte questioni legate al DRM rimangono dei grossi punti interrogativi ancora oggi, per quanto si sia finito per imporre come standard de facto.

Una critica al DRM … diversa dal solito

Le discussioni sul DRM a volte approdano ad una contraddizione fondamentale, spiegata bene a suo tempo da Ian Hickson (fisico di formazione, dipendente di Google e sviluppatore di vari standard web): di fatto, il DRM non funziona come dovrebbe, o sarebbe tecnicamente impossibile farlo funzionare al 100%. Questa argomentazione è – secondo l’autore – fuorviante, perchè si scopre che il punto non è quello di stabilire se e quanto “bene” funzioni, ma individuarne il vero scopo: che non è quello di impedire le copie indiscriminate bensà¬, molto più pesantamente, quello di condizionare l’intera industria dei contenuti dalla base.

Se ammettiamo che lo scopo del DRM sia quello di evitare la copia indiscriminata di un contenuto cosଠcome avverrebbe, ad esempio, con un file .AVI o .MP3, resta vero che

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  1. non puoi nascondere qualcosa a qualcuno, se hai deciso di mostrargliela
  2. molti dei file pirata diffusi nei circuiti peer to peer provengono, di fatto, da sorgenti che non erano crittografate all’origine (data leak o fuga di dati).

Se è vero che i sostenitori del DRM affermano che 1 e 2 non siano vere (cosa tutta da dimostrare, per la verità ), il problema di fondo – secondo Hickson – è in quel presupposto di base, quello di evitare la copia indiscriminata di un contenuto, che risulterebbe falsato e sostanzialmente pointless.

Lo scopo del DRM, in questa visione, non sarebbe quello di evitare le violazioni di copyright, tanto è vero che si trova quasi sempre un modo per aggirarlo, anche a costo di inventarsi gli “accrocchi” più incredibili. Lo scopo del DRM sarebbe più che altro, semmai, quello di dare ai fornitori di contenuti un sostanziale “vantaggio” rispetto a chi crea i player per la riproduzione. Se l’unica leva a disposizione fosse quella di impedire la distribuzione di contenuti da un punto di vista legale, tale tutela non sarebbe di per sè sufficente allo scopo. Per quanto la tutela del diritto d’autore rimanga ovviamente legittima, si pone il problema della posizione monopolistica di pochi produttori rispetto agli altri, con l’obbligo implicito per i  produttori anche più piccoli di adeguarsi allo standard in questione senza avere altre scelte commercialmente rilevanti.

Se una casa di produzione cinematografica realizza un film e lo mette a disposizione su DVD (dispositivo ormai in uso solo tra collezionisti e cinefili, ma è giusto per fare un esempio “tangibile”), la stessa può imporre la visione di pubblicità  o contenuti obbligatori analoghi prima di passare alla visione, e l’unico modo per farlo è quello di imporre ai produttori di lettori DVD di rendere non skippabili quei contenuti. Senza DRM, uno potrebbe aggirare questo vincolo, con il DRM al contrario non ci sono lettori in grado di effettuare lo skip senza violare leggi di vario genere su copyright, brevetti software e hardware e cosଠvia.

Restando sul discorso streaming video, i contenuti di DAZN o Netflix sono di fatto vincolati all’uso delle loro piattaforme, e non c’è ovviamente altro modo ufficiale per poter usufruire di quei contenuti (ad esempio usando VLC o media player analoghi), e – cosa ancora più sottile che in pochi considerano – nessun programmatore può scrivere legalmente un software in grado di effettuare una qualsiasi operazione che le case madri non vogliano che tu faccia senza permesso. In tale ottica, il punto cruciale starebbe nel fatto che il DRM assolve benissimo allo scopo per cui è stato realmente concepito, ovvero quello di dare ai fornitori di contenuti (case produttrici) il controllo sui fornitori di hardware e software, condizionandone i modelli di business e imponendosi come gestori di un mercato che, diversamente, forse neanche sarebbe definibile come tale.



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