Il codice di Grand Theft Auto III è stato di nuovo pubblicato su GitHub

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Pubblicato il: 12-05-2021 09:57

Il reverse engineering è una pratica molto utilizzata nell’informatica per gli scopi più vari, e anche nel mondo dei videogiochi è stata usata più volte: peccato che, come nel caso di cui parleremo, essa sia talmente borderline da essere considerata illegale. È il caso degli USA e di questo singolare caso, che fa seguito ad una serie di episodi che sono iniziati a febbraio del 2021 e che hanno riguardato la pubblicazione del codice sorgente del videogame Grand Theft Auto III, Vice City. Alcuni videogiocatori hanno effettuato reverse engineering dei pacchetti del gioco, effettuando l’operazione “inversa” alla compilazione (che serve generalmente a trasformare il codice in pacchetti combinati eseguibili da poter usare), mettendo il codice pubblicamente disponibile per chiunque nel celebre repository di GitHub.

All’epoca tutto sembrò chiuso con una richiesta (accolta da GitHub e da Google) di DMCA da parte della Take-Two, proprietaria dei diritti del gioco, richiesta che ha portato alla rimozione del codice stesso. Codice che pero’, ad oggi, sembra ricomparso online: solo il codice nello specifico, senza gli asset grafici (che rimangono evidentemente “più” facilmente protetti da copyright). Proteggere il diritto d’autore di un codice in qualsiasi linguaggio, del resto, è meno banale di quello che possa sembrare, dato che l’inclusione di librerie e moduli esterni introduce in un mondo complesso ed intricato in cui, di fatto, è difficile definire i limiti e delineare delle “barricate” su quello che appartiene a qualcuno e sul quale lo stesso possa rivendicare diritti di proprietà. Per un motivo analgo, insomma, a quello per cui è molto difficile vietare al 100% o impedire il copia-incolla, che è connaturato all’informatica stessa fin dalle sue origini.

Per inciso, un git è un sito mediante il quale è possibile condividere in modo collaborativo il codice sorgente che serve a compilare o far funzionare un software. In genere il codice rilasciato sui GIT è open source con diverse licenze, a seconda della volontà dell’autore e del produttore.

La questione legata a questo genere di operazioni è da sempre controversa: il reverse engineering (concetto intraducibile in italiano, se non per goffe – a mio modo di vedere – approssimazioni quali “ingegneria inversa“) è una tecnica molto usata, in modo lecito, nell’ambito dell’informatica forense e nella sicurezza informatica, al fine di estrarre informazioni preziose in modo scientifico oppure analizzare il comportamento dei malware. Dal punto di vista dei produttori di software è considerata, invece, una violazione del diritto d’autore e del segreto industriale, e viene considerata quasi alla pari di realizzare un crack per violare i seriali che consentono l’uso di un programma a pagamento: con la pubblicazione del codice viene meno, di fatto, la necessità di acquistare il prodotto, e questo naturalmente alle aziende produttrici non può piacere.

Dal punto di vista di chi fa un reverse engineering, la produzione artificiale di codice prima non disponibile diversamente, “ritradotto” dai file binari del gioco, permette peraltro la possibilità di ricompilare il gioco e farlo girare su piattaforme dove prima non sarebbe stato disponibile: quello di GTA III è in grado di funzionare, ad esempio, su Nintendo Switch, Playstation Vita, Nintendo Wii U oltre che su Windows, Linux, FreeBSD con architetture CPU x86, amd64, arm e arm64. Innovazione da un lato, quindi, anche ricerca se vogliamo, ma le aziende hanno sempre, di fatto, guardato con un certo nervosismo a questo genere di attività, tanto da diffidare i videogiocatori dal praticarle.

La creazione delle mod

Nello specifico caso in questione, era espressamente vietato dalle condizioni d’uso con il cliente effettuare operazioni del genere, inclusa la possibilità di realizzare le cosiddette mod (giochi derivativi dal codice originale con più opzioni, nuovi open world in cui muoversi, nuovi personaggi e così via). Lo storico delle cause in tal senso, negli Stati Uniti, è sempre stato quasi sempre a favore delle case di produzione. Dal canto suo Theo, lo pseudonimo dietro il quale si nascondere l’autore del misfatto, si appella al fatto che l’operazione di reverse engineering produca codice molto simile all’originale ma non sicuramente identico, questo proprio per via dei limiti intrinseci legati all’operazione di reverse engineering, che sono spesso approssimativi e non si basano per loro natura su corrispondenze codice binario – codice in chiaro uno ad uno.

Ad oggi, il codice è ad oggi online, e sembrerebbe destinato a rimanerci: in questo, potrebbe aver avuto un ruolo il disclaimer che invita ad acquistare il gioco e che ricorda che il codice non contiene asset (grafica, suoni e musiche del gioco originale), per cui può essere usato soltanto per scopi molto specifici e non propriamente per “giocarci gratis”. In Italia, per quanto la regolamentazione non sia eccessivamente chiara in merito, si fa ancora riferimento alla legge sul diritto d’autore di metà anni 40 (almeno stando a Wikipedia) che consente, solo in caso di reingegnerizzazione di un sistema, la possibilità di fare uso dell’interoperabilità e della decompilazione.

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