Troveremo mai gli alieni?

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Pubblicato il: 10-05-2021 17:35 , Ultimo aggiornamento: 21-05-2021 10:00

Niente sconvolgerà l’essere umano più della conclamata certezza di non essere soli nell’universo. Sarebbe una vera e propria “bomba atomica” della conoscenza: sociologi, antropologi, filosofi, biologi, politici, teologi, tutti coloro che si occupano di vita e anima/spirito/trascendente, dovrebbero confrontarsi con una notizia rivoluzionaria ed esplosiva che sconvolgerà tutto ciò che hanno sempre studiato e sostenuto e, di riflesso, lo stesso stupore toccherà ciascuno di noi. Ma sarà davvero possibile venire a contatto (anche indiretto) con gli alieni? Quali sono le probabilità che ciò possa accadere? Li stiamo già cercando? Come?

Dove sono tutti?

Where is everybody?” (Dove sono tutti?) questa è la domanda che il Premio Nobel per la Fisica Enrico Fermi pose ai colleghi con cui stava pranzando alla mensa dei laboratori di Los Alamos un giorno del 1950. Il quesito gli venne spontaneo alla fine di un ragionamento che gli scenziati, tra l’analisi dei calcoli di un esperimento atomico e l’altro, stavano affrontando relativamente all’esistenza degli alieni e al fatto che, essendo enorme il numero di stelle e galassie contenute nell’universo, altrettanto enorme dovrebbe essere il numero di civiltà evolute che lo popolano di cui, però, non vi è traccia tangibile.

Il quesito di Fermi si basava su una considerazione molto semplice: se ci sono così tante civiltà aliene come i numeri sembrerebbero suggerire, perchè non ne abbiamo ancora individuato nessuna?

L’equazione di Drake

Per cercare di dare una risposta alla domanda di Fermi, un suo collega, lo statunitense Frank Drake, nel 1961, formulò un’equazione (nota, appunto, come Equazione di Drake) tramite la quale si può arrivare alla stima delle potenziali civiltà extraterrestri presenti nella nostra galassia (e sottolineiamo: nella nostra galassia, non nell’intero universo). Per gli affezionati dei numeri e delle equazioni, di seguito ne riportiamo la formula e il significato delle varie incognite ma nel prosieguo dell’articolo cercheremo di spiegare il concetto in una maniera più divulgativa e meno scientifica:

Dove:

N = è il numero delle probabili civiltà a noi contemporanee che dovrebbero trovarsi nella nostra galassia;

R = numero di nuove stelle che ogni anno si formano nella galassia;

ƒp = è la variabile che indica il numero di stelle che hanno un sistema di pianeti che le ruota intorno;

ne = è la variabile che indica il numero di pianeti in grado di ospitare la vita (considerando distanza dalla stella, dimensioni del pianeta, presenza d’acqua, temperatura media, ecc.) in ogni sistema solare;

ƒl = è la variabile che indica il numero di pianeti su cui si è effettivamente sviluppata la vita;

ƒi = è la variabile che indica il numero di pianeti su cui la vita si è sviluppata in maniera intelligente;

ƒc = è la variabile che indica il numero di civiltà potenzialmente in grado di comunicare;

L = indica la durata di queste civiltà.

Dai calcoli effettuati dallo stesso Drake, il numero di civiltà tecnologicamente avanzate in grado di comunicare con noi nella nostra galassia e in questo momento dovrebbero essere circa 10.000.

Ovviamente questo calcolo ha fatto molto discutere sulla sua precisione poichè l’equazione è composta da numerose variabili, molte delle quali arbitrarie e antropocentriche (pensiamo all’incognita delle “civiltà in grado di comunicare“, questo è un dato comunque falsato dal fatto che noi lo consideriamo sotto il punto di vista del nostro modo di comunicare che non è per forza assoluto: magari una civiltà extraterrestre in questo momento sta cercando di comunicare con noi tramite, ad esempio, i raggi gamma che noi non siamo in grado né di interpretare né di ipotizzare come forma di comunicazione), altre imprecise per la scarsità di informazioni in nostro possesso (la prova scientifica dell’esistenza degli esopianeti risale appena alla fine degli anni ’80, e solo negli ultimi 15 anni la tecnologia si è affinata in maniera tale da fare stime attendibili sulla probabilità che ha una stella di formare pianeti intorno ad essa e le ultime stime indicano un numero di pianeti molto superiore a quello ipotizzabile ai tempi di Drake nel ’61) e queste obiezioni hanno portato la comunità scientifica a dividersi in due categorie di ricercatori che attribuiscono alle incognite dell’equazione di Drake dei numeri diametralmente opposti:

  • avremo quindi gli “ottimisti” che stimano che all’interno della nostra galassia, in questo momento, esistano ben 600.000 civiltà extraterrestri avanzate;
  • e poi ci sono i “pessimisti” che riducono questo numero ad un effimero 0,0000001.

Entrambe le ipotesi ci portano ad una considerazione immediata: se quella ottimistica fa storcere il naso perchè implicherebbe che tra 600.000 civiltà, è alta la probabilità che qualcuna di queste, tecnologicamente, non sia solo “pari a noi” ma anche molto più avanzata e quindi ci avrebbe già trovati (magari lo ha già fatto ma ci ha ritenuto troppo infidi per poter avere a che fare con loro, chi lo sa?), l’ipotesi pessimistica implica invece che, se rapportassimo l’equazione all’intero universo e non solo alla nostra galassia, anche quel minuscolo 0,0000001, vorrebbe dire che, dato il numero impensabilmente grande di galassie, stelle e pianeti che esistono nell’universo, qualcuno lì fuori c’è di sicuro, magari agli antipodi del cosmo rispetto a noi, ma c’è.

Foto di pencil parker da Pixabay

Questione di … numeri!

Quando abbiamo a che fare con l’astronomia ci troviamo spesso al cospetto di numeri enormi sui quali altrettanto spesso gli stessi scienziati non sono d’accordo. Pensate che anche relativamente alla nostra stessa galassia, la Via Lattea, alcuni studi affermano che il suo spessore sia di circa 1.000 anni luce mentre altri, più di recente, hanno affermato che sia spessa 12.000 anni luce.

Allo stesso modo, mentre per alcuni (e per “alcuni” intendiamo ricercatori seri e accreditati che parlano con dati alla mano, non di gente laureata su Facebook) la Via Lattea ospita circa 200 miliardi di stelle, per altri sono il doppio, circa 400 miliardi. Va’ da se che, partendo da dati così incerti, anche il risultato dell’elaborazione dell’Equazione di Drake non potrà che essere a sua volta incerto.

Se i numeri relativi alla nostra galassia vi hanno sconvolto per enormità, ancora più sconvolgente sarà scoprire il numero di galassie presenti nell’univero. Ebbene, fino a pochi anni fa si riteneva che ci fossero “solo” 200 miliardi di galassie ma, nel 2016, analizzando i dati che il telescopio spaziale Hubble ha inviato a terra negli ultimi 25 anni, gli astronomi hanno dovuto vedere al rialzo la loro stima e moltiplicarla per 10: il numero di galassie nell’universo sembra aggirarsi intorno allo sterminato numero di 2.000 miliardi.

Stimando che ogni galassia abbia in media un centinaio di miliardi di stelle (la Via Lattea, pur non essendo la più grande, con le sue 2-400 miliardi di stelle è abbastanza massiccia) possiamo fare un bel tuffo in un mare di “zeri” con una “semplice” moltiplicazione:

2.000.000.000.000 (Numero galassie) × 100.000.000.000 (Numero medio di stelle in una galassia) =

200.000.000.000.000.000.000.000 (Numero di stelle nell’universo)

Se a questo illegibile numero, che va al di là della possibilità della mente umana di elaborarlo, andiamo a moltiplicare un esiguo numero di 3 pianeti per ogni stella (il nostro Sole ne ha 8 principali più centinaia tra satelliti, planetoidi e asteroidi), ci renderemo conto che lì fuori, non solo c’è un’altissima probabilità che ci sia qualcun altro, ma c’è anche una discreta possibilità che ci sia qualcuno che, in questo momento, chissà dove nell’universo, stia scrivendo una articolo simile al nostro e che ci sia qualcuno che come voi lo stia leggendo.

Foto di WikiImages da Pixabay

Come trovare gli alieni?

Innanzitutto, prima di trovarli, dovremmo capire come cercarli (sempre che prima non si palesino loro… o magari lo hanno già fatto ieri o millenni fa senza farsi vedere): per decenni, sotto la spinta dell’astronomo Carl Sagan, ha avuto vita il programma SETI (Serch for Extraterrestrial Intelligence) che, utilizzando i più grandi radiotelescopi disponibili, ha sondato il cielo alla ricerca di segnali radio o di altra nature da noi “leggibile” provenienti dal cosmo. Oltre a cercare segnali da altre stelle, i ricercatori hanno a loro volta inviato messaggi radio nella speranza che qualcuno, un giorno, li riceva e magari ci risponda.

Ma anche qui entrano in gioco le distanze cosmiche: la stella a noi più vicina è Proxima Centauri, a poco più di 4 anni luce da noi quindi, posto che ET esista su questo pianeta, che riceva il nostro messaggio – il quale, viaggiando alla velocità della luce, gli arriverà 4 anni dopo che lo abbiamo mandato – e che ci risponda, il suo “saluto” ci giungerà non prima di 8 anni dopo l’invio della nostra cartolina interstellare.

Questo tipo di comunicazione – l’unica che possiamo attualmente mettere in campo -, purtroppo, ha molti limiti tecnici. Infatti, oltre alle incognite dovute alle distanze, per avere risposta dovremmo avere anche la fortuna di beccare una civiltà che utilizza i segnali radio per comunicare, altrimenti il nostro messaggio può anche arrivargli ma non lo leggerebbe mai: i telefoni esistono da oltre un secolo ma quelli di soli 30 anni fa non erano in grado di leggere gli sms, semplicemente perchè non erano dotati di quella tecnologia, esattamente allo stesso modo di come un moderno smartphone non sarebbe in grado di leggere il vetusto codice Morse perchè non è costruito per farlo (magari esisterà un’app apposita, ma questa è un’altra storia). Ecco quindi un’altra incognita: non solo noi e i nostri amici delle stelle dovremmo utilizzare la stessa tecnologia di invio e ricezione di messaggi ma dovremmo anche essere in grado di utilizzarla contemporaneamente e questa non è cosa per nulla banale.

Se pensiamo, infatti, che la vita complessa sulla terra esiste da oltre 200 milioni di anni, mentre noi siamo in grado di utilizzare la tecnologia radio da circa 150 anni, in questo (tanto per cambiare) enorme lasso di tempo possiamo essere stati teoricamente bombardati da messaggi alieni provenienti da migliaia di pianeti senza che nessuno – dai dinosauri a Napoleone Bonaparte – abbia avuto i mezzi tecnici per riceverli, interpretarli e rispondere. La stessa cosa può essere accaduta o accadrà ai messaggi inviati dal programma SETI: magari saranno anche giunti su un pianeta abitato ma le forme di vita che vivono su di esso potrebbero essere ancora troppo poco sviluppate dal punto di vista tecnologico per leggerli o, magari potrebbero essere talmente avanti che il nostro messaggio radio potrebbe essere per loro figlio di una tecnologia non più utilizzata da millenni o, in ultima analisi, quella civiltà può aver utilizzato o sta utilizzando migliaia di modi diversi di comunicare tranne quello radio.

I satelliti e telescopi di nuovissima generazione – a cominciare dal Telescopio Spaziale James Webb che dovrebbe essere messo in orbita nel prossimo mese di ottobre – stanno sviluppando tecnologie tali da poter capire se su un esopianeta individuato vi sia attività biologica. Questo sarà possibile grazie alla capacità di tracciamento delle componenti della loro atmosfera che potrebbero farci intuire che su di essi vi sia una qualche forma di vita. Certo, difficilmente con queste analisi avremo la “pistola fumante” sul fatto che ci sia realmente vita su tali pianeti, men che meno potremo capire se questa vita sia intelligente e quale grado di conoscenze tecnologiche abbia ma, almeno, ci potrà indicare tra le migliaia di esopianeti scoperti negli ultimi anni, quali siano quelli su cui rivolgere principalmente la nostra attenzione, le nostre ricerche e i nostri messaggi interstellari.

In conclusione

Dai numeri che abbiamo potuto analizzare sembra ormai quasi scontato che nell’universo (sottolineiamo, nell’universo, non nella nostra galassia) da qualche altra parte oltre al pianeta Terra ci sia la vita e le possibilità che questa sia o sia stata anche intelligente e tecnologicamente avanzata è abbastanza alta. Venire a contatto con loro però è tutt’altra faccenda: nella nostra fase di sviluppo tecnologico e almeno fino alla fine di questo secolo, non possiamo obiettivamente sperare di andare “di persona” oltre i pianeti del nostro sistema solare (in realtà siamo ancora fermi alla Luna) e per uscire da esso dovremo ideare non solo una nuova tecnologia ma, probabilmente, una nuova fisica che ce lo consenta. Da ciò si desume che per poter stringere la mano ad ET (nella speranza che sia pacifico) esistono solo due possibilità: o è “lui” – più evoluto tecnologicamente – a venire a trovare noi, oppure dovremo aspettare ancora secoli per poterlo fare con i nostri mezzi (ci sarebbe una terza remota ipotesi, cioè che una qualche forma di vita esista nel nostro sistema solare, magari nelle lune ghiacciate dei pianeti giganti gassosi ma, qualora fosse, probabilmente non saranno forme di vita tecnologicamente evolute poichè probabilmente ce ne saremmo già accorti). Dal punto di vista indiretto, invece, con una buona dose di fortuna potrebbe anche capitare di captare il tanto atteso segnale dalle stelle che ci dice che il nostro appello è stato ricevuto e, in tal caso, non sciocchiamoci più di tanto: in fondo probabilmente ognuno di noi vive con la piccola certezza recondita che non siamo soli nell’universo e averne conferma può solo arricchirci sotto tutti i punti di vista.

Foto di Mikes-Photography da Pixabay

Certo, oltre a tanti registi e scrittori di fantascienza, anche alcuni scienziati non sono così convinti che mandare messaggi a destra e a manca nel cosmo sia una cosa molto intelligente da fare, uno su tutti è stato il grande astrofisico Stephen Hawking che, più volte, ci avvisò di non scherzare con gli alieni affermando che più che cercare di metterci in contatto con loro, dovremmo pensare a nasconderci perchè, se fossero in grado di arrivare fino a noi, probabilmente ci tratterebbero come Cristoforo Colombo – e dopo di lui i conquistadores e gli altri colonizzatori – trattò gli indios americani. Ma Hawking, nella sua grandezza, era uno scienziato rigoroso e con rigore pensava a tutte le probabilità, noi invece siamo solo degli ingenui sognatori e vogliamo credere che gli alieni che eventualmente incontreremo nel futuro, saranno simpatici come ET e non malvagi come gli Xenomorfi dei film della serie Alien.

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