Sergej Krikalëv: il cittadino delle stelle senza cittadinanza

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Pubblicato il: 28-03-2021 18:55 , Ultimo aggiornamento: 28-03-2021 19:05

Quello dell’astronauta (o, come lo chiamerebbero i russi, cosmonauta) è notoriamente un mestiere rischioso e imprevedibile. Ma spesso è più facile viaggiare tra le stelle che avere a che fare con la burocrazia terrestre.

Tra fiction e realtà

Tanti di voi avranno visto il film di Steven Sbielberg The Terminal interpretato da Tom Hanks e Catherine Zeta Jones. La trama del film – ispirata dalla storia vera di un rifugiato iraniano che, a seguito di una serie di sfortunate coincidenze, si è trovato a vivere per anni nel terminal dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi – narra le vicende di un abitante dell’immaginario stato della Krakozhia che, atterrato all’aeroporto di New York, scopre che la sua nazione di provenienza, a seguito di un colpo di stato avvenuto mentre lui era in volo, non esiste più e i suoi documenti non hanno quindi nessun valore. Lo sventurato viaggiatore, prima dello scontato lieto fine, passerà lunghi mesi all’interno del limbo dell’aeroporto di New York dal quale non potrà né uscire – poichè gli USA gli hanno negato il visto d’ingresso – né reimbarcarsi in quanto, appunto, sprovvisto di documenti validi.

Una storia per alcuni versi simile è avvenuta tra il 1991 e il 1992 al cosmonauta russo Sergej Konstantinovič Krikalëv. All’epoca, non esisteva ancora la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) mentre i sovietici, a partire dal 1986, avevano assemblato in orbita la loro stazione spaziale, denominata Mir (pace in russo). Il giovane ingegnere meccanico Krikalëv era entrato a far parte della squadra di cosmonauti dell’agenzia spaziale russa nel 1988 e, da allora, si era esercitato per essere mandato in orbita sulla Mir a bordo della navetta spaziale Sojuz. Finalmente, il 19 maggio del 1991, il suo sogno di andare tra le stelle si avverò e, selezionato come ingegnere di volo per la missione Sojuz TM-12, partì dal cosmodromo di Bajkonur alla volta della Mir.

Il collasso dell’Unione Sovietica

Erano mesi tribolati per l’Unione Sovietica: le politiche di glasnost e perestrojka adottate dal presidente Michail Gorbačëv sommate ai tragici eventi di Chernobyl e alla disfatta della guerra in Afghanistan, portarono rapidamente ad una crisi del sistema sovietico che, vittima dei nazionalismi e dell’incompetenza di una leadership ormai obsoleta e incapace di fronteggiare le sfide di fine millennio, in breve, collassò su sé stesso portando alla disgregazione dell’Unione e alla caduta dell’intero blocco socialista legato al Patto di Varsavia. Il Partito Comunista cessa di essere il punto di riferimento della società sovietica e Boris Eltsin – dimessosi dal partito l’anno precedente – il 12 giugno 1991 diviene il primo Presidente della Federazione Russa eletto democraticamente. In risposta alla crisi, nell’agosto del ’91, i comunisti conservatori tentarono un golpe che viene però sventato da Eltsin che, ormai vincitore su tutta la linea, mette al bando il Partito Comunista e non pone ostacoli alla nascita delle repubbliche autonome che un tempo costituivano l’URSS, dove era ormai dilagante il sentimento separatista. Dalla disgregazione dell’Unione Sovietica nascono così ben 15 repubbliche autonome (alcune solo sulla carta) tra cui, dal 25 dicembre 1991, il Kazakistan.

Esiliato nello spazio

Questi intricati avvenimenti storico-politici sembrano aver poco a che fare con l’astronautica e con il protagonista della nostra storia. Ma così non è.

Mentre, infatti, il buon Sergej Krikalëv svolgeva il suo compito di ingegnere a bordo della Mir, due eventi ne bloccarono la possibilità di rientro a terra. Dapprima, a causa della terribile crisi economica che colpì la Russia nell’estate a seguito del golpe, un lancio della navetta Sojuz che avrebbe dovuto riportarlo a terra venne cancellato, dopodichè, per dare fiato alle casse prosciugate dell’agenzia spaziale russa, si decise di inviare a bordo della Mir (sempre tramite navetta Sojuz) insieme al nuovo comandante Aleksander Volkov, il primo astronauta austriaco, Franz Viehböck, essendo stata l’Austria disponibile a sborsare ben 7 milioni di dollari per 7 giorni di permanenza del suo astronauta sulla stazione spaziale. A bordo della Sojuz rimaneva ancora posto per una persona. Inizialmente questo sarebbe spettato al russo Alexander Kaleri, naturale rimpiazzo di Krikalëv nel ruolo di ingegnere di volo della stazione ma la soluzione scelta fu diversa.

Con la nascita della repubblica del Kazakistan, infatti, il cosmodromo di Bajkonur da cui prendevano il via le missioni russe (e continuano a farlo tutt’ora) passò sotto il controllo delle autorità Kazake che pretesero lauti compensi per far partire i vettori russi. Ma, per dar lustro alla nazione appena nata, il governo di Almaty (prima capitale del Kazakistan, sostituita nel ’97 da Astana a sua volta rinominata Nur-Sultan nel 2019) accordò un forte sconto ai russi a patto che a bordo della Sojuz destinata a far tornare a terra Krikalëv si imbarcasse un cosmonauta Kazako: Toktar Aubakirov. L’austriaco e il kazako sarebbero ritornati a terra la settimana successiva lasciando in orbita sulla Mir i due russi.

Foto di David Mark da Pixabay

Persosi questo ennesimo “treno”, a Krikalëv non rimase altro che restare ancora in orbita fino al 25 marzo 1992 quando, finalmente, potè tornare a terra a bordo della Sojuz TM-13.

Non appena a terra, dopo ben 311 giorni e 20 ore passate a bordo della Mir, un funzionario della neonata Federazione Russa gli porse i suoi nuovi documenti di cittadino russo mentre un altro funzionario, in questo caso kazako, gli consegnava il permesso di espatriare da quel pezzo di terra che quando era partito per lo spazio faceva ancora parte dell’Unione Sovietica mentre ora era una nuova repubblica indipendente. Al ritorno in patria (o, forse, sarebbe meglio dire “nel raggiungere la sua nuova patria”) lo attendevano altre due novità: la città in cui viveva non si chiamava più Leningrado ma San Pietroburgo e la storica bandiera rossa con falce e martello era stata sostituita dal tricolore bianco, blu e rosso.

Sfatiamo un mito

Nella narrazione “romanzata” che è stata fatta nei trent’anni passati dalla curiosa, piccola Odissea nello Spazio di Krikalëv, viene spesso riportato che il russo non potè fare ritorno a casa perchè gli unici documenti che possedeva erano quelli di una nazione non più esistente. In realtà il governo kazako non oppose mai alcuna obiezione all’eventualità di farlo tornare a terra tranquillamente, nonostante il vulnus legale che lo circondava e fu lo stesso cosmonauta ad accettare di restare nello spazio per studiare gli effetti sul fisico umano della permanenza in assenza di gravità per lungo periodo. Il volo dell’astronauta austriaco, infatti, avrebbe potuto essere svolto anche qualche mese dopo, permettendo all’ingegnere russo di tornare a casa già nell’ottobre del ’91. Quindi, più che per la curiosa leggenda che lo circonda, Krikalëv merita di essere ricordato per lo spirito di sacrificio che ha dimostrato nei confronti di tutta l’umanità, accettando di fare da cavia per studi che oggi, in un periodo in cui sembrano essere alle porte lunghi viaggi nello spazio in direzione di Luna e Marte, torneranno utili ai suoi colleghi.

Dopo questo suo primo viaggio Krikalëv tornerà nello spazio altre due volte, nel ’94 – a bordo dello Shuttle americano, nel primo volo congiunto tra i due paesi – e nel ’98 in una missione di assemblaggio della Stazione Spaziale Internazionale.

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La sua vicenda ha ispirato anche il film spagnolo-cubano Sergio & Sergei – Il professore e il cosmonauta del 2017.

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