In arrivo Wikipedia Enterprise (forse): una API a pagamento per le aziende

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Pubblicato il: 28-03-2021 13:31 , Ultimo aggiornamento: 28-03-2021 13:36

Wikipedia è e rimarrà gratis per gli utenti privati, intendiamoci: scrivere (come hanno fatto alcuni) che Wikipedia smetterà di essere gratis è falso e vale solo come ipotesi provocatoria, la quale serve ad introdurci in un argomento di cui molto stanno parlando in questi giorni. Il lancio di Wikipedia Enterprise (un programma di API a pagamento destinato al mercato B2B, quindi non per gli utenti singoli bensì per le aziende che sfruttano i dati del wiki per le proprie app) sembra imminente, anche se non sarà immediato: in una sezione del sito della Wikipedia Foundation è possibile raccogliere adesioni, per un qualcosa che (leggiamo) verrà lanciato “più in là” nel 2021.

Al momento sulla pagina ufficiale c’è solo un form di contatto, e le informazioni sono quelle che abbiamo letto nei giorni scorsi: Wikipedia infatti obbligherà a pagare l’uso di quote della propria API per generare in blocco o su richiesta dati da Wikipedia (stessa cosa che offrono Amazon AWS o Google Cloud, per capirci). Ma ciò varrà solo per le aziende che fanno evidentemente uso commerciale di quei preziosi dati strutturati (Freebase fu uno dei progetti meglio strutturati in tal senso, anche se purtroppo ad oggi non esiste più).

Wikipedia: resta gratis per la consultazione, a pagamento per l’uso aziendale (non subito)

La versione online di Wikipedia, ovviamente continuerà ad essere gratuita, ma cambia qualcosa per le aziende che vorrebbero operare scaricando in tutto o in parte la copia dell’archivio (cosa peraltro da sempre scaricabile in formato XML, quindi perfetto per ogni genere di elaborazione). Il problema non è tanto capire cosa si voglia fare di quei dati nello specifico (app di IA, siti web ex novo ecc.), quanto accettare e fare i conti con il fatto che si possa voler fare business su quei dati. Dati che sono preziosi, che nessun altro sito possiede a quei livelli, che non sono certamente perfetti o impeccabili al 100% (essendo basati su informazioni scritte e revisionate in ottica P2P dagli utenti), e che sono strutturati secondo uno schema logico-gerarchico che ne facilita navigazione e ricerca (e ne giustificherebbe il costo).

Vale la pena andare a rivedere, a questo punto un’altro punto significativo che consentirebbe a Wikipedia di mantenersi attiva.

Wikipedia e le donazioni, oggi

Da sempre Wikipedia prova a chiedere periodicamente donazioni: l’ha fatto sia a scopo dimostrativo (per protestare contro la censura o in favore della net neutrality, ad esempio) sia per motivi puramente monetari (mantenere un servizio del genere non è gratis, per quanto molta gente tenda a cadere dal pero quando si affronta l’argomento).

Gli annunci invasivi che chiedevano in rosso di “non ignorare questo annuncio” e donare anche solo 2 o 10€ li abbiamo visti tutti nei giorni scorsi, e si sono scatenate le più diverse interpretazioni in merito. In molti casi, la reazione era riassumibile in una forma di fastidio, visto che l’annuncio veniva ignorato a detta dei loro stessi promotori.

Internet e modelli di business

Di fatto, voler monetizzare contenuti gratuiti (sia pure mediante donazioni) non sembra in generale una strategia troppo mirata, anche in base al vecchio adagio Charity is not a business model. Se il sistema delle donazioni in generale sembra fallace in generale (e non vale solo per Wikipedia, ovviamente), resta la considerazione che sia un modello adottato dal sito anche oggi. Per quanto ciò, per la verità, avvenga solo ad intermittenza (mentre scrivo le richieste di donazioni sembrano scomparse dal sito, ad esempio), e ciò dimostrerebbe per certi versi che è anche la strategia comunicativa a necessitare di qualche affinamento, considerando che i comunicati aziendali li fa anche Pornhub, ogni tanto.

Chiedere donazioni può andare bene se il funnel di conversione è strutturato, e a tanti webmaster di siti medio-piccoli è venuto in mente di farlo: ma la logica rischia di diventare troppo stringente, per motivi analoghi a chi obbliga (con plugin spesso obsoleti, peraltro) a disinstallare gli adblocker (ne parliamo qui). In genere nessuno è disposto a pagare per dei contenuti sul web, anche perchè abituati alla logica “piratesca” a cui siamo tutti stati soggetti almeno una volta nella vita.

Se ho lavorato gratis, perchè tu ci devi guadagnare?

Ai volontari che contribuiscono gratuitamente al mantenimento ed aggiornamento delle informazioni, peraltro, la possibilità di una possibile monetizzazione (sia via donazioni che mediante API aziendali a pagamento) non sembra essere andata giù. Molti editor infatti non sono d’accordo neanche con la scelta di offrire API a pagamento per le aziende, perchè di fatto avevano lavorato gratis – e adesso quei contenuti free diventerebbero parte di un programma premium per aziende. In pratica si monetizza senza aver sostenuto alcun costo per scrivere tutti quei contenuti, sulla base della pluri-citata (e spesso abusata) idea di “Intelligenza collettiva” che, si credeva fino a qualche anno fa, avrebbe salvato il mondo dell’informazione digitale (per capire se sia avvenuto davvero o no, meriterebbe un articolo a parte).

La questione posta dai volontari può anche essere considerata malposta, ma esistono vari aspetti comunque da discutere: prima di tutto le aziende che si costruiscono la propria base di dati su Wikipedia lo fanno ugualmente free, e spesso in mancanza di API o “per fare prima” sembrano utilizzare direttamente tecniche di scraping HTML , non limitabili in alcun modo senza inficiare sull’usabilità del sito. Un brutto vizio di certa parte degli utenti internet che, in passato, addirittura il nostro sito è stato vittima. Un vizio che potrebbe anche essere testimoniato dalle miriadi di copie “abusive” di Wikipedia distribuite sul web (e spesso addirittura posizionate su Google!), che alcune aziende usano per fare spamdexing o per altri generi di app che richiedano grosse quantità di dati strutturate e significative. Se la API diventa a pagamento, di fatto, deve essere tolta la possibilità di scaricare l’archivio in locale in XML, altrimenti ci sarà comunque un modo per aggirare il costo for free, o semplicemente for fun.

Il programma Enterprise dovrebbe fare i conti con questa possibilità, di fatto, e non pensare che basti chiedere alle aziende di pagare perchè loro effettivamente lo facciano.

Qual è il business model di Wikipedia?

D’altro canto che Wikipedia si doti di un business model solido e lo faccia pagare ai colossi del web mediante API a quote (lasciando come ora la consultazione del Wiki gratis) non è certamente sbagliato, anzi probabilmente è il modo migliore perchè possano sostenersi senza scaricare l’incombenza sugli utenti mediante, peraltro, avvisi vagamente pedanti che loro stessi scrivevano avere un tasso di conversione di appena il 2% (ogni 100 visitatori, appena 2 decidono di donare).

È anche vero che i tassi di conversione per calcolare il ROI di un sito, di fatto, hanno come soglia ottimale realistica una percentuale di quel tipo (1, 2 o 4% nella migliore delle ipotesi), per cui potrebbe anche essere (ed in parte credo sia) un mero atteggiamento di facciata, lecito soltanto in attesa di possibili regolamentazioni in merito (e solo perchè internet permette questo, e anche peggio).

Al netto di queste eccezioni, Wikipedia certamente ha sempre funzionato, per quanto debba secondo me rivedere alcuni aspetti della sua organizzazione (il problema delle utenze che non si possono cancellare, ad esempio) ed è uno dei siti più importanti e longevi della storia, per quanto spesso riporti informazioni scorrette o poco aggiornate e sia stato utilizzato, in almeno un paio di casi di mia conoscenza, per scopi meramente commerciali (aziende che si fanno linkare subdolamente dal Wiki per ottenere maggiore visibilità o click sul proprio sito).

Conclusioni

E se Wikipedia diventasse completamente a pagamento? Lascio questa domanda aperta come pura ipotesi (ripeto, non c’è motivo di ritenerlo o temerlo, almeno ad oggi), ricordando che i modelli di consultazione di siti web basati su paywall (pago per leggere, come stanno facendo molti quotidiani) pongono una serie di problematiche ulteriori sull’uso libero di internet (tra cui net neutrality, scansionabilità e reperibilità delle informazioni), ma è anche necessario affrontare il “problema” di una monetizzazione solida e trasparente dei contenuti.

È davvero arrivato il momento, secondo me, di farlo.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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