Umanità aumentata: diventeremo tutti supereroi?

Umanità aumentata: diventeremo tutti supereroi? (News, Fuori dalle righe)
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Pubblicato il: 29 Marzo 2021

Con la miniaturizzazione delle tecnologie digitali sono sempre di più i dispositivi indossabili se non, addirittura, sottocutanei che sono in via di sviluppo avanzato nei laboratori di mezzo mondo. Se queste tecnologie avranno successo apriranno le porte ad un modo di vivere completamente nuovo e a nuove sfide (anche etiche) da affrontare.

La profezia dell’ispettore Gadget

Ricordate le avventure dell’imbranato Ispettore Gadget dei cartoni animati? Chi vi scrive, da figlio dei meravigliosi anni ’80, non lo dimenticherà mai poichè è stato per anni un appuntamento fisso dei suoi pomeriggi. La caratteristica del nostro eroe d’infanzia – una via di mezzo tra James Bond e l’Ispettore Callaghan in chiave ironica – era che aveva a disposizione migliaia di attrezzi (gadget appunto) nascosti nel suo abbigliamento (o forse lui stesso era un robot? questo, onestamente, non l’ho mai capito) che entravano in funzione quando questi pronunciava la formula “hop-hop gadget” seguita dal nome dell’aggeggio che gli serviva in quel particolare momento. L’altra protagonista della serie animata era la nipote di Gadget, l’adolescente Penny (in Italia, chissà mai perchè, alcuni canali televisivi avevano fatto tradurre il suo nome con Sophie) che, all’insaputa dello zio, sbrogliava i guai da lui combinati portando l’ispettore alla risoluzione delle indagini. Penny era aiutata nel suo compito da una sorta di computer portatile che oggi identificheremmo in tutto e per tutto con uno smartphone o un tablet. Se si pensa che la prima serie del cartone animato risale al 1983, è stupefacente notare come gli autori abbiano anticipato di quasi un ventennio l’avvento dei dispositivi elettronici più diffusi di sempre.

Ma è possibile che oltre al tablet di Penny gli autori abbiano predetto un futuro “da ispettore Gadget” per tutti gli esseri umani?

Uomini con i superpoteri digitali

Sembra proprio che il futuro delle tecnologie sia sempre più incentrato sulla miniaturizzazione dei processori e delle apparecchiature e che queste, oltre ad aiutarci nelle comunicazioni e negli aspetti ludici come fanno da tempo, siano destinate ad interagire sempre di più con il nostro fisico, tanto da poterci dotare di “funzioni aggiuntive” che, per natura non sono umane. Una sorta di “umanità aumentata”, insomma, capace di dare all’essere umano per la prima volta uno step evolutivo non determianto dalla genetica e dall’adattamento all’ambiente.

Sebbene questa ipotesi per molti versi metta paura e faccia sorgere inevitabili quesiti etici che attenderanno, prima o poi, una risposta, la via tracciata per il futuro sembra essere proprio questa, tant’è che della questione se ne stanno già occupando numerose università e centri di ricerca privati.

In fondo, ormai da decenni, intorno a noi circolano persone che all’interno del loro corpo nascondono peacemaker, impianti cocleari, ginocchia o altre articolazioni artificiali e tecnologie sempre più sofisticate stanno venendo sperimentate anche per ridare la vista ai non vedenti. Insomma, la rivoluzione è più in atto di quanto non vogliamo ammettere e il futuro promette ancora innovazioni impressionanti che poco hanno a che fare con la medicina.

Questo settore di ricerca è particolarmente studiato da una serie di ricercatori che si fanno chiamare biohacker che per tanti versi si contrappongono agli ingegneri biomedici. Mentre l’ingegnere biomedico studia le nuove tecnologie per impiantarle a fini medici e curativi all’interno del corpo umano (o di altri animali), il biohacker studia come un impianto tecnologico inserito nel nostro organismo possa ampliare le “abilità” (inteso come “skills”, risorse, capacità) dell’essere umano. Come dice il nome stesso, un biohacker è un hacker con una certa preparazione in biologia e, spesso – da buon hacker – fa le sue ricerche da solo o, comunque, non in campo strettamente accademico e le sperimenta su sé stesso o su volontari che accettano il “rischio e pericolo”.

Ecco quindi che alcuni biohacker si sono impiantati dei microchip sottocutanei a cui hanno collegato tutte le “chiavi digitali” della loro vita: dalle chiavi di casa a quelle della macchina, passando per il conto corrente e la tessera per il parcheggio, tutte le attività che necessiterebbero di un chip per funzionare sono state “spostate” sul chip sottocutaneo, che permette di utilizzarle semplicemente avvicinando la mano ad un lettore di microchip. Ma, a detta degli stessi, la tecnologia si potrà ulteriormente affinare fino a consentire l’utilizzo delle apparecchiature collegate al microchip solo al possessore dello stesso: per esempio si può pensare ad un’arma che funzionerà solo se la impugna colui che ha sotto pelle il chip associato alla stessa, oppure ad un biglietto aereo “salvato” nel chip e leggibile con la semplice imposizione della mano sul lettore.

Microchip salvavita

Insomma, i possibili utilizzi sono pressoché infiniti e, ovviamente, quello della diagnostica biometrica è il campo che ne potrebbe beneficiare maggiormente. Pensate a quante vite si potrebbero salvare con un chip sottocutaneo in grado di leggere 24 ore su 24 i parametri fisici più importanti come la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, l’ossigenazione del sangue, il livello di insulina, l’attività degli ormoni tiroidei. Basterebbe che questo chip sia in grado di inviare i dati ad un’app sullo smartphone che, a sua volta, sappia interpretarli, per poterci permettere immediatamente di chiedere aiuto o automedicarci.

La stessa tecnologia potrebbe tornare utile per evitare i colpi di sonno alla guida o i subdoli avvelenamenti da monossido di carbonio. Allo stesso modo si potrebbe aprire una nuova via per le scienze farmaceutiche poichè, un simile chip potrebbe essere in grado di comunicare al medico quali e quante sono le quantità di medicinale che ci servono per una determinata cura, evitando così i rischi dovuti ai sovradosaggi o ai sottodosaggi.

E’ ovvio che, giocando con la fantasia, le potenzialità di una tale tecnologia sono pressoché infinite aprendo mondi ancora sconosciuti davanti a noi. Ma, come sempre avviene, bisogna bilanciare i facili entusiasmi con i quesiti etici che il progresso si porta sempre appresso. Dalle obiezioni in stile “burocratese” che riguardano la privacy che potrebbe essere compromessa da tali tecnologie, si arriva a scontrarsi con questioni più filosofiche e “mistiche”: è giusto “potenziare” l’organismo umano al di là di quanto la natura ci conceda per “diritto di nascita”? Quali saranno le conseguenze a lungo termine dell’introduzione di queste tecnologie? In caso di “black out” o danneggiamento del chip quando l’individuo ospite non è in grado di porre rimedio in tempi celeri, si potrebbero mettere a repentaglio vite umane? Pensate ad un diabetico che affidasse al chip la gestione delle somministrazioni di insulina, se questo si dovesse guastare senza che lui se ne accorga, quanti e quali rischi correrebbe?

I biohacker stanno cercando di dare risposta a tutte le domande lecite che la comunità scientifica sta ponendo loro ed è bene mettersi nella via di mezzo tra l’entusiasmo dei biohacker e lo scetticismo dei ricercatori “istituzionali”. Queste ricerche devono andare avanti perchè, siamo sicuri, il futuro le vedrà protagoniste, ma prima di accettare di farsi installare un microchip sottocutaneo o attrezzature simili, è bene che la scienza faccia il suo corso e che i quesiti etici e biologici abbiano una risposta coerente e, possibilmente, rassicurante.

In attesa di vedere in azione gli “uomini potenziati” figli dell'”umanità aumentata” mi rilasso guardano un vecchio episodio dell’ispettore Gadget, ponendomi ancora oggi, come da bambino, la domanda se esso sia un uomo o un cyborg

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