Perchè rivalutare il senso della critica in ambito scientifico (e poi rileggere Feymann)

A nessuno piacciono le critiche, in genere: il più delle volte le troviamo fastidiose, irritanti, poco utili. Rinfacciare delle critiche agli altri è il modo classico per mostrare risentimento e rabbia, e poi spesso siamo soliti associare caratteristiche poco gradevoli a chi le esprime nei nostri confronti. Ci sono critiche e critiche: non tutte sono distruttive o offensive, ovviamente, per quanto sia più comune accorgersi di quelle che demoliscono per il gusto di distruggere – oppure, ancora più di frequente, sia tipico che siamo noi stessi a dare loro troppo peso. Nel mondo della scienza la critica è alla base della discussione e dovrebbe, in teoria, essere fondante la scienza stessa.





La questione delle critiche è al centro del dibattito nel mondo scientifico, dove i social media hanno finito per rendere l’argomento degno di un articolo a tema: che è uscito per la rivista European Journal of Clinical Investigations, e racconta di un mondo in cui la critica sembra aver preso il posto del dibattito scientifico sano. Questo articolo discute di come la critica nel mondo scientifico sia diventata ossessiva, quasi sempre riconducibile ad un argumentum ad hominem (criticare una tesi non sulla sostanza, bensì sulla base della persona che la esprime), e che molti scienziati vengano letteralmente perseguitati per le loro idee.

La persecuzione, secondo la tesi dell’articolo in questione, si fonda su tecniche molto comuni tra gli utenti medi, ma in questo caso riguarda scienziati che tendono a colpire e aggredire altri colleghi. Se le cose stanno così è davvero un dato impressionante, in effetti, anche in considerazione del tipo di attività denigratorie che vengono elencate nella ricerca:

  • commenti ripetitivi e persistenti contro la tesi contraria, inclusa la pratica del cosiddetto sealioning (letteralmente “essere dei leoni marini”, ovvero una richiesta ossessiva di prove a supporto della tesi, anche nel caso in cui siano ovvie e con la pretesa di mantenere democratico o civile il dibattito);
  • tweet e commenti che arrivano ad essere addirittura più lunghi della tesi originale;
  • un forte grado di moralismo;
  • distorsione dei fatti;
  • argumentum ad populum (sostenere che una tesi sia corretta perchè sostenuta da un gran numero di persone);
  • richieste di censurare la tesi scientifica in questione;
  • fallacia di associazione, che si esprime nella logica del primo ordine grazie alla falsa induzione o falsa generalizzazione, per cui se esiste un x nell’insieme S che gode della proprietà φ, allora φ è valida per tutti gli elementi di S, in simboli:  ∃x ∈ S : φ(x)) ⇒ (∀x ∈ S : φ(x)
  • ricerca e pubblicazione di informazioni sensibili sullo scienziato colpevolizzato, ovvero casi di doxing (pubblicazione di dati personali come l’indirizzo di casa, ad esempio)
  • uso di anonimato e/o pseudo-anonimato
  • campagne denigratorie sui social
  • sproporzione netta tra la propria attività di ricerca e numero di critiche

L’oggetto dell’articolo era quello di sottolineare come alcune riviste scientifiche siano poco avvezze alle correzioni, e come questo non contribuisca ad un dibattito flessibile in cui è possibile anche sbagliare in buonafede. Viene da pensare che si debba operare nella direzione di restituire dignità alla critica scientifica, e che le persone che ne sono soggette debbano essere attrezzate (forse anche psicologicamente) ad accettarle, reagire costruttivamente o metabolizzarle senza eccessi. Anche quando si scrive, in genere, credo che andrebbe dedicato un tempo, un modo ed una modalità diversa per dedicarsi in modo ossessivo oppure egocentrico alle critiche distruttive rivolte ai colleghi.

Da sempre, del resto, informatica, medicina, sanità e scienza sono oggetto da sempre di controversie e dibattiti spesso anche molto pesanti: ce ne siamo accorti tutti, del resto, dal 2020 in poi in ambito sanitario. Nel corso della storia, risposte e confutazioni molto vivaci sono state scritte e accompagnate da contro-repliche, risposte ed interi editoriali che hanno, nella peggiore delle ipotesi, fornito diletto ai lettori e ad altri scienziati in ambito retorico, ed hanno (in casi migliori e più rari) contribuito a costruire una scienza sempre più esatta.

Andrebbe forse riletto il libro del fisico Richard Feymann Il senso delle cose, forse uno dei trattati più attuali e facili da leggere sull’argomento dello sviluppo scientifico – in cui l’autore, tra le altre cose, rimarca il senso dell’errore nella scienza, accoglie pienamente la cosiddetta non falsificabilità di una teoria, afferma la necessità intrinseca del fare i conti con gli errori in modo sereno ed ammette, peraltro, il fatto che quantomeno se una tesi è sbagliata allora sarà quantomeno dimostrabile come tale, mentre affermazioni arbitrarie e spesso accolte “a furor di popolo” non possiedono questa proprietà. Demonizzare il prossimo non è la strada corretta, a questo punto, e forse i social media sono lo strumento meno adatto ad accettare questa idea (il diritto di critica, quale che sia la sua natura, è fondante il successo dei social media che è difficile immaginarli senza di esso). Non è raro che, ad esempio, su Twitter, il dibattito diventi critica feroce, insistita e ripetuta – sia qualunquista che da parte di colleghi di colleghi – contro singoli scienziati, prima ancora che contro le idee che portano avanti. È un ulteriore caso della fallacia ad hominem, forse anche una forma di narcisismo.

Abbiamo bisogno di rivedere il nostro ruolo di esperti in ogni ambito, cercando di essere noi stessi, forse, i primi esempi di una tendenza differente nell’ambito. Solo così avremo la possibilità di uscire da questo annoso circolo vizioso, o almeo di provare a dare alla “critica” (questo mostro a due teste che spesso, peraltro, è oggetto di pratiche manipolatorie e non si identifica come costruttiva o distruttiva) un senso più ampio, sensato e non ridotto alla mera aggressività.

Foto di Claudio_Scott da Pixabay



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