Fare il dipendente era noioso, ed ho voluto cambiare vita

Fare il dipendente era noioso, ed ho voluto cambiare vita

A volte ripenso alle scelte lavorative che ho fatto negli ultimi anni, e mi considero soddisfatto (e un po’ matto, che fa pure rima). Non che mi sia mai considerato troppo in linea con gli altri: se avete presente, la gente in giacca & cravatta che solitamente vedete sui mezzi andare al lavoro. Nulla di male nel farlo, per carità: anche perchè ci tengo alla coerenza, e ho fatto quella vita per molti anni. Contributi assicurati, stipendio in saccoccia – il tutto a costo di qualche paraculata (una volta avremmo scritto democristianata), colleghi spesso del tutto privi di qualche interesse concreto (se non quello di andare dal parrucchiere, nei night club e provare i cooffee shop “quando andiamo ad Amsterdam“), capi-progetto incompetenti a cui sottomettersi e via dicendo. Arrivi la mattina alle 9.00, timbri e te ne vai alle 18.01; arrivederci e grazie.

Fare il dipendente è noioso

Che palle.

Appunto, lo scrivo così, brutalmente. E lo ripeto pure: questo perchè argomento su una cosa del genere rischia di urtare le sensibilità di molti. Del resto se sei un libero professionista e sai un pochino il fatto tuo (su questo ci torneremo tra un attimo), potrebbe venirti in mente di metterti in proprio (e qui dovrebbe partire la colonna sonora horror stile Goblin, giusto?). L’alternativa te la offre tranquillamente internet, con livelli di fattibilità e credibilità spesso molto bassi, è vero, ma c’è. Capiamoci: non che io sia un seguace di Big Luca e compagnia: non è che stia arrivando qui a vendervi il prodotto per “diventare ricchi“, ci mancherebbe altro. Non lo farei mai, tantomeno su questo blog (che seguo da sempre, e sul quale scrivo sempre con un minimo di timore reverenziale, perchè so bene Salvatore come la pensa su certe cose, e su molti altri guru più o meno”borderline“): il punto è – riprendetevi le vostre vite, adesso.

Fare il dipendente è bello ed è sicuro, ma ti porta a creare situazioni in camera stagna (ad esempio: fidanzarsi con una collega di lavoro, o uscire sempre e solo coi colleghi) che se uno ha un minimo di creatività… è la fine. Se non la ammazza, la sminuisce; ed il massimo della tua ambizione diventa quella di fare carriere nell’azienda in cui resterai più o meno tutta la vita. Per molti va bene così, ma per me purtroppo (o per fortuna) no.

Cosa vuol dire mettersi in proprio?

Non è che uno si alzi la mattina e si metta in proprio così, dal nulla, ovviamente. Mettersi in proprio significa, almeno per me (piccola partita IVA che si alza la mattina per andare a lavorare da remoto):

  • avere una spiccata tendenza a risolvere velocemente problemi;
  • avere familiarità con quello che si sa fare meglio;
  • riuscire ad auto-disciplinarsi (forse la parte più difficile, se non vuoi passare i sabato sera al cellulare a rispondere alle vecchie email);
  • gestirsi da soli la parte amministrativo-fiscale, ricordando le scadenze, emettendo fatture, ricordando ai fornitori di pagarti, ricordarsi di pagare regolarmente gli F24 e le tasse varie ed eventuali;
  • riuscire a farsi una vita, in tutto questo, lontani da un PC.

Vi sembra facile? Non lo è, credetemi. Il punto vero è che dei molti dipendenti attuali, secondo me, solo alcuni (per non dire pochi) hanno davvero convenienza ed opportunità nel mettersi in proprio, per i motivi elencati sopra. E questo dovrebbe ridimensionare il discorso, e farlo sembrare meno altisonante di quanto non sia.

Perchè fare seo è una figata, a confronto

Io da quasi 15 anni, cari amici, mi occupo di ottimizzazione sui motori di ricerca, e lo faccio quasi sempre da casa mia. E sono uno che, come direbbe un mio vecchio contatto e consulente seo, odia la ripetitività delle giornate: oggi fai questo, schedula quest’altro, nel frattempo arrivano i faldoni con le cose da fare. Proprio come nel bel corto della Pixar, Paperman di John Kahrs, in cui il grande capo arriverà sempre a portarti robe da fare mentre tu vorresti andare là fuori, a cercare l’amore della tua vita.

Dove per amore della tua vita, ovviamente, io intendo la libertà personale. Adesso, ad esempio, vi sto scrivendo da Amsterdam mentre… no, stavo scherzando, sono a casa mia.

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Dove voglio arrivare

Sono scelte personali, alla fine, e vanno rispettate sempre e comunque. E tu che mi leggi, probabilmente, seduto sulla poltrona dell’ufficio in cui lavori da vent’anni o giù di lì, dovrei aver capito cosa intendo. E a quel punto dovresti capire una cosa importante: che ogni scelta è libera, personale, in un senso o nell’altro, e che nessuno dovrebbe mai permettersi di giudicarla e poi dormire tranquillo la notte.

Ma voi, soprattutto, continuate a darci dentro; a pensare liberamente che ogni cosa, alla fine, col tempo, possa essere cambiata grazie a voi stessi.


Informazioni sull'autore

Walter Conte

Il mio lavoro è strano: amo definirmi un copywriter, e non solo per assonanza con la parola copriwater. In fissa con il cyberpunk, amo ovviamente la tecnologia - purchè non ci opprima.
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