Ha senso discutere di GDPR, ancora? Lato web tutti i siti dovrebbero essersi adeguati, ma la realtà sembra raccontare qualcosa di diverso

<span class="entry-title-primary">Ha senso discutere di GDPR, ancora?</span> <span class="entry-subtitle">Lato web tutti i siti dovrebbero essersi adeguati, ma la realtà sembra raccontare qualcosa di diverso</span>

Torniamo ancora una volta a parlare di GDPR, questa volta per capire se abbia davvero senso discuterne ancora e se (e quanto) esso sia stato davvero rispettato. In effetti la vera domanda è più la seconda, visto che ogni blog di settore ed ogni consulente ha finito per dire la propria, lasciando sostanzialmente un bel po’ di dubbi, più che certezze, disseminate per la rete. E cosa hanno fatto i siti per adeguarsi? Lo vedremo a breve, anche se il più delle volte hanno installato un plugin semplicemente fastidioso e, per loro, finiva tutto lì.

Abbiamo avuto modo più volte, su questo sito, di parlare (anche in forma di guide) del decreto GDPR introdotto obbligatoriamente dall’Unione Europea per il rispetto della privacy dei cittadini; tale normativa, di fatto, è diventata da tempo necessaria e non più opzionale, anche se – come sappiamo – con modalità a volte poco chiare per alcuni webmaster, e con una smanìa interpretativa da parte di esperti del settore o presunti tali. Esperti che, in molti casi, hanno apertamente lucrato su questa norma, mostrando uno scarso senso etico ed un voler scatenare il panico paventando semplicemente multe: che ovviamente possono sempre arrivare, beninteso, ma il punto non dovrebbe essere quello.

Il punto è rispettare la privacy degli utenti ed impedire abusi da parte delle aziende: cosa per cui era in effetti necessaria una regolamentazione, e chi lavora nel web da più di qualche anno dovrebbe saperlo bene. Era un far west, o comunque qualcosa di molto simile allo stesso, ed i dati finivano spesso in vortici insensati e lucrosi tra cui, ad esempio, la vendita sottobanco di indirizzi mail profilati a cui indirizzare spam o pubblicità non richiesta.

In prima istanza c’è da dire che, di per sè, non ci sarebbe neanche tanto da discutere: in materia di internet, app, portali, blog e via dicendo, di fatto, il GDPR per siti web presenta alcuni semplici principi che è indispensabile garantire: ovvero che siano garantiti all’utente finale i propri diritti, che si dia la possibilità allo stesso di inserire consapevolmente solo i dati necessari, che gli sia data possibilità esplicita e gratuita di cancellarli in ogni momento. Più facile da dirsi che da farsi, in effetti: un conto infatti è la normativa, che fornisce principi generali sui quali basare le tecnologie, un conto sono le tecnologie stesse, che spesso danno troppo poco (o, al contrario, danno troppi strumenti superflui) per garantire l’adeguamento al GDPR. Adeguamento che da molti, secondo me, viene ancora vista come non strettamente necessario, come fosse assurdamente un costo inutile a cui potere o dover rinunciare.

Adeguamento dei siti che sulla carta è avvenuto, non vogliamo insinuare il contrario o fare allarmismo o, tantomeno, lanciare accuse (ci mancherebbe altro): pero’ alla prova dei fatti è avvenuto senza davvero capire quello che si stava facendo e perchè, e soprattutto senza prendere le adeguate contromisure informatiche per proteggere i propri siti, almeno usando protezioni o plugin per la sicurezza e non semplicemente plugin per il GDPR “di facciata”. Per come siamo riusciti ad intenderla noi, del resto, il GDPR si rispetta in due modi fondamentali:

  • aggiornandosi bene sulle normative;
  • adeguando il proprio sito con strumenti software ed hosting professionali.

Se per la seconda basta avere un buon reparto tecnico a disposizione, per la prima è spesso necessario affidarsi ad un consulente che sia affidabile, oppure ad un prodotto software per il GDPR che si prenda in carico, a pagamento, dell’impresa; e fin quando il costo sarà visto come non strettamente necessario, saremo comunque sempre daccapo.

 

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Redazione

Articolo scritto in collaborazione con Trovalost.it