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Che cos’è uno studio in pre print?

Uno studio in preprint è un articolo scientifico che viene reso disponibile pubblicamente prima di essere sottoposto al processo di revisione e pubblicazione da parte di una rivista scientifica. In altre parole, è un documento che presenta i risultati di una ricerca scientifica ma non è ancora stato accettato o pubblicato su una rivista accademica.

I preprint sono spesso condivisi su piattaforme online specializzate o archivi aperti, consentendo ai ricercatori di condividere rapidamente i propri risultati con la comunità scientifica e il pubblico. Questo tipo di pubblicazione anticipata offre diversi vantaggi:

  1. Rapidità di condivisione: Gli autori possono condividere i loro risultati quasi immediatamente dopo aver completato lo studio, permettendo alla comunità scientifica di avere accesso a informazioni aggiornate.
  2. Feedback anticipato: La pubblicazione in preprint consente agli altri ricercatori di visionare il lavoro e fornire feedback prima della revisione formale da parte delle riviste scientifiche. Questo può contribuire a migliorare la qualità dello studio.
  3. Trasparenza e accessibilità: Rendendo i risultati accessibili al pubblico prima della revisione formale, si promuove la trasparenza nella ricerca scientifica e si offre la possibilità a un pubblico più ampio di accedere ai dati e alle conclusioni preliminari.

Gli articoli in preprint sono detti anche Eprint, e si tratta di articoli non ancora sottoposti a peer review (che è il processo scientifico usualmente utilizzato per validarne il contenuto). Prima di allora, il significato di un articolo del genere potrebbe essere vero come falso, c’è una certa indeterminazione nella sua veridicità e sembra che, per inciso, conti solo dare la notizia (non verificata, come abbiamo spiegato) prima degli altri. Era corretto, ma forse la difficoltà di molti e la capacità del nuovo millennio potrebbe e dovrebbe essere quella di rimettere in discussione periodicamente le proprie idee. Cosa che quasi nessuno, a giudicare dall’atteggiamento narcisista che dilaga in media sui social, nessuno o quasi sembrerebbe disposto a fare.

È fondamentale considerare che poiché gli articoli in preprint non hanno ancora superato la revisione paritaria (peer-review), potrebbero contenere errori o necessitare di correzioni e miglioramenti. Di conseguenza, è consigliabile trattare i risultati dei preprint con una certa cautela e attendere la revisione e la pubblicazione ufficiale su una rivista scientifica prima di considerarli come fonte autorevole di informazioni scientifiche.

Studi in preprint citati come articoli nel 2020

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Mentre dilagava la pandemia di Covid nel 2020 le informazioni contenute nelle pubblicazioni scientifiche erano diventate apparentemente di pubblico dominio: sicuramente è stato un bene, per quanto ciò non fosse esente da effetti collaterali sulla correttezza dell’informazione. Ci fu ad esempio una notizia data da Il messaggero che affermava:

Variante Mu è «altamente resistente agli anticorpi del vaccino e dei guariti», lo studio (in preprint) dal Giappone.

Messa così sembrava significativa e potrebbe, in teoria, ingenerare equivoci, proprio perchè non tutti sanno cosa sia uno studio in preprint e quanto differisca da uno peer reviewed. Si tende a notare soltanto che c’era una variante resistente ai vaccini e che faceva, secondo la narrativa novax più in voga all’epoca, sembrare inutile il vaccino stesso. Eppure sapere che uno studio in preprint non è un articolo revisionati da pari è la stessa differenza tra una bozza di un documento in Word e un documento finale in PDF.

Faceva una certa differenza, anche se è messo tra parentesi, che lo studio sia in preprint (e lo aveva spiegato in tempi non sospetti Tom Sheldon su Nature, ad esempio: gli studi in preprinti sono preziosi perchè possono permettere ad altri ricercatori di dare le giuste priorità e rendere le scoperte più velocemente accessibili liberandomi, nel contempo, dalle morse di riviste spesso pigre e tiranniche – ma (si nota) i preprint su argomenti come questi (cita poco prima anche i vaccini, ndt – l’articolo è del 2018, tempi diciamo non sospetti) potrebbero, se una storia diventa “virale” (intende sul web, ndt) finire per fuorviare milioni di persone, che questa fosse o meno l’intenzione degli autori.

La cosa interessante è che, tra l’altro, la validazione in peer review sarebbe potuta avvenire anche tra molti mesi o addirittura anni, proprio perchè c’è da sempre (e da prima del Covid-19) una sovraproduzione di articoli da verificare e spesso non si fa in tempo a farlo. Nel frattempo pero’ il bias cognitivo è già emerso: molti lettori di queste notizie (che non conoscono il gergo scientifico, e non è certo una colpa) crederanno che si tratti di una informazione verificata, ignorando che si tratta (come spiegato solo all’interno dell’articolo, per la cronaca) di uno studio che deve essere ancora validato e che se non lo fosse sarebbe, in sostanza, non veritiero.

Ed è ancora più importante, a questo punto, sottolineare che anche gli studi in peer review possono sbagliare: nessuno ha la Verità in mano, tant’è che molti studi vengono ritrattati in caso di errori grossolani e, di fatto, non si tratta di una contrapposizione tra “verità” monolitiche e inossidabili, come dicevamo quando abbiamo parlato dello scontro sterile tra complottisti e debunker., ma – molto più finemente, se vogliamo – di provare a capire realmente come stiano le cose al mondo. Non è attribuendo certezza a studi in preprint (strizzando anche involontariamente l’occhio alla platea di “scettici” che sembra non aspettare altro, a momenti, per crogiolarsi nella negatività) o, al contrario, barricandosi dietro una scienza che non sbaglia mai (cosa falsa, come insegna la storia) che risolveremo i nostri problemi o torneremo alla sospirata normalità pre-2020.

In genere  gli articoli in preprint sono chiaramente etichettati come tali, come ricorda giustamente medicioggi.it che aggiunge, a riguardo, un inciso che ribadisce quanto scrivevamo qui sopra: in questi casi l’ipotesi di cui si discute potrebbe essere confermata o bocciata.

 

Chiaro, in alcuni casi questi studi possono essere confermati come avvenuto, ad esempio, nel caso dello studio sugli effetti dell’aria condizionata sulla diffusione del virus, il che è stato confermato in seguito ma fin dall’inizio, l’anno scorso, venne “dato per buono” (e portò al distanziamento tra i tavoli dei locali).

Come funziona il peer review

Vale la pena di ribadire, a questo punto, come funziona la peer review: si tratta del processo di validazione di un lavoro da parte di esperti di un determinato ambito, come ad esempio la virologia, che si occupano di effettuare usualmente ricerche nel settore.

Il processo di peer review è un pilastro fondamentale della pubblicazione scientifica. Funziona in questo modo:

  1. Sottomissione dell’articolo: Dopo che un autore ha completato un lavoro di ricerca, invia il suo articolo a una rivista scientifica per la pubblicazione.
  2. Esame editoriale preliminare: Gli editori della rivista esaminano l’articolo per valutarne la rilevanza, l’originalità e l’aderenza alle linee guida della rivista stessa. Se l’articolo soddisfa questi criteri preliminari, viene inviato ai revisori (peer reviewers).
  3. Revisione da parte dei revisori: Gli editori selezionano revisori esperti nel campo specifico trattato dall’articolo. Questi revisori, solitamente altri accademici o esperti nel campo di studio, esaminano attentamente l’articolo. Valutano la metodologia, l’accuratezza dei risultati, la coerenza della logica e la rilevanza complessiva dell’articolo.
  4. Feedback e valutazione: I revisori forniscono un resoconto dettagliato dei loro commenti, delle critiche e delle raccomandazioni all’editore. Questo feedback può includere suggerimenti per migliorare la ricerca o richieste di ulteriori prove o chiarimenti.
  5. Decisione editoriale: Basandosi sui commenti dei revisori, l’editore prende una decisione sulla pubblicazione dell’articolo. Le decisioni possibili includono l’accettazione senza modifiche, l’accettazione condizionale con la richiesta di apportare modifiche in risposta ai commenti dei revisori, la richiesta di una revisione più approfondita o il rifiuto dell’articolo.
  6. Risposta degli autori: Se vengono richieste modifiche, gli autori apportano le correzioni o forniscono ulteriori informazioni richieste dai revisori.
  7. Pubblicazione: Una volta che l’articolo soddisfa tutti i requisiti e riceve l’approvazione finale dall’editore, viene accettato per la pubblicazione sulla rivista scientifica.

Il peer review aiuta a garantire la qualità e l’affidabilità della ricerca pubblicata, filtrando e valutando criticamente il lavoro degli autori attraverso il contributo di esperti nel campo. Tuttavia, è importante notare che il peer review non è immune da limitazioni e alcuni studi potrebbero comunque contenere errori o presentare limitazioni non individuate durante il processo di revisione.

Si tratta di un evidente meccanismo di auto-regolazione dell’informazione finalizzato a mantenere qualità elevata, migliorare le performance della ricerca, evitare che il bias di pubblicazione o l’effetto aspettativa influenzino falsamente l’esito della ricerca stessa (un ricercatore che sia pregiudizialmente convinto di un qualcosa potrebbe voler, semplicemente, cercare una conferma anche se le prove sono deboli).

L’intero meccanismo del peer review è categorizzato per ambiti scientifici, può essere usato anche in ambito scolastico ed è anonimizzato, per evitare l’insorgenza di condizionamenti di autorità (ovvero, dare ragione ad un ricercatore solo perchè è un nome importante, ad esempio). Tra qualche anno sono abbastanza sicuro che, ripensando a questo periodo difficile, molti trarranno le conclusioni che avremmo dovuto essere più cauti anche nel dare le notizie; e forse, a quel punto, sarà un momento in cui la frenesia cannibalizzante delle informazioni attuali troverà un minimo di freno.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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