10 cose non razionali che forse hai fatto anche tu

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Pubblicato il: 14-08-2021 17:34 , Ultimo aggiornamento: 07-09-2021 14:31

In questo articolo vedremo un po’ di errori tipici di valutazione che potresti aver commesso anche tu, da dipendente, lavoratore autonomo o capo della tua azienda.

Ricordatevi che nessuno ha sempre ragione, anche se qualcuno ha sempre torto. (Stuart Sutherland)

Valutare il rischio sulla base del bias di disponibilità

Viviamo in tempi frenetici e dobbiamo imparare a fare i conti col dissenso, con la critica e con le eventualità di ogni genere: nulla di strano che uno valuti il rischio basandosi su esempi passati che possiede in mente, ben vividi. Ma questo quadro è parziale, e potrebbe trascurare elementi importanti meno evidenti, primari o scontati.

Tale valutazione sembra ragionevole, a prima vista, ma in realtà è l’esatto opposto, perchè ci potrebbero essere sempre più strade e più valutazioni da fare e da combinare tra loro. Essa finisce per essere subdolamente fuorviante, oltre che condizionata da aspetti che non sono funzionali ad una buona scelta, e tende in definitiva a portarci fuori strada (senza contare che poi, in onore al principio espresso da Dunning-Krueger, siamo anche molto restii ad ammettere la nostra incompetenza). Ma allora che cos’è il bias o distorsione di disponibilità?

Proviamo a chiederci cos’è che rende “disponibile” qualcosa, a questo punto: vari esperimenti sociali hanno dimostrato che le persone tendono a considerare disponibile ciò che viene proposto per ultimo, o che viene proposto in modo drammatico, che porta anche alla formazione di immagini realistiche (che è diverso da reali).

Secondo quelli bravi in psicologia e sociologia, in questi casi si parla di euristica della disponibilità, a voler indicare la scorciatoia mentale che tende a farci valutare scelte, opportunità o decisioni sulla base della banalissima “prima cosa che ci viene in mente“.

Se avete (ri)visto il film di culto Lo squalo e andate al mare poco dopo, avrete qualche timore prima di andare a fare il prossimo bagno.  Tanto più che avvistamenti di squali se ne verificano periodicamente: ora, al netto del fatto che Lo squalo fa riferimento ad un’ambientazione che non è nei mari nostrani, la paura potrebbe sembrare ugualmente lecita o quantomeno comprensibile.  Eppure è stato calcolato che, per un bagnante, il rischio di essere morso da uno squalo è molto più basso di quello, ad esempio, di morire in un incidente stradale per andare in spiaggia. È un caso eclatante in cui le persone non sembrano tenere conto della realtà, ma tendono a basarsi su quello che le impressiona di più, o sulla prima cosa che viene loro in mente o che magari li ha colpiti maggiormente. E se gli fai notare che le statistiche dicono il contrario, è improbabile – vedi oltre – che possano cambiare idea!

Principio di autorità

Nel dare credito ad una tesi o anche solo ad una banale affermazione, tendiamo a basarci sul principio di autorità: tendiamo insomma a credere a chi possegga titoli o svolga professioni superiori alle nostre, anche nel caso in cui uno sia laureato in lettere, esprima un parere sulla matematica o la medicina (e naturalmente viceversa in tutte le combinazioni possibili su questa falsariga). La scienza in genere non guarda in faccia in titoli, ma la replicabilità dell’esperimento, la non falsificabilità della scienza stessa, la ripetibilità dell’esperimento, per cui credere a chi possieda titoli è una forma di bias di autorità che genera forte irrazionalità – e che spesso viene declinato in modo scorretto e manipolatore, in certi casi, quando ad esempio si da’ del “professorone” a chi effettivamente ha i titoli giusti per parlare.

In ambito scientifico sembra la norma: se c’è un articolo scientifico al vaglio di una rivista, quando i referee e i direttori decidono se lo stesso debba essere pubblicato o no, finiscono per prestare maggiore attenzione al nome degli autori (o magari al prestigio dell’istituzione a cui appartengono) che ai suoi effettivi contenuti scientifici.

Conformismo

Ci sono anche qui esperimenti sociali incredibili e documentatissimi, che dimostrano come un gruppo di persone possa indurre in vari modi comportamenti che un singolo, di per sè, mai farebbe. È stato dimostrato che le persone messe adeguatamente sotto pressione (in ambito sociale o lavorativo, ad esempio) tendono a conformarsi ai comportamenti degli altri anche se sono consapevoli di sbagliare nel farlo, o anche perchè non si rendono conto della pressione sociale che subiscono – e tantomeno dell’errore che commettono.

Non c’è dubbio che nessun uomo sia un’isola, ma senza dubbio distorcere il proprio giudizio per adeguarlo a quello degli altri, il tutto senza neanche accorgersi di farlo, è molto poco razionale, come la maggioranza dei comportamenti massificati e conformisti a cui assistiamo ogni giorno. Tale fiducia nelle decisioni collettive, ad esempio in ambito aziendale (dipendenti che danno ragione al capo per paura di un licenziamento, anche se sanno che sta sbagliando palesemente) nasce anche dal senso di solidarietà comunicato dal gruppo stesso. Questo può portare a conseguenze estreme ed al cosiddetto groupthink (termine coniato da Irving Janis), ovvero: i gruppi più si conformano più si sentono infallibili, più sono abili a fare cherry picking ovvero scartano le prove contrario ed amplificano quelle che darebbero loro torto.

Il conformismo viene visto come corretto ed intriso di morale, “giusto”, in qualche modo, per cui la fiducia nella moralità del gruppo può condurre a commettere azioni immorali – incluso, come si è visto in alcuni esperimenti sociali degli anni ’70, dare delle piccole scosse elettriche (per fortuna solo simulate) ai propri simili per via di un’innata incapacità di dire di no.

Stereotipi

Le persone faranno sempre di tutto per restare coerenti con le proprie idee, e – per quanto ciò assuma una valenza apparentemente positiva – spesso ciò avviene anche a scapito della verità (e tanto positivo non è). I luoghi comuni sono duri a morire, anche nelle persone che non pensano di esserne affette (e anzi soprattutto in quelle).

Gli stereotipi, infatti, sono classicamente noti per il fatto che vivono su ragionamenti circolari, ovvero in qualche modo si auto-confermano. Se si pensa che le persone di una nazionalità X siano pigre, essi faranno fatica a trovare lavoro, li vedremo per strada a bighellonare ed avremo l’auto-conferma del fatto che sono “pigri”!

Coerenza (o presunta tale)

In genere gli esperti di comunicazione suggeriscono ai politici loro clienti di rinviare il più possibile la dichiarazione di una presa di posizione: una volta che un politico ha detto X, infatti, sarà improbabile che possa tornare sui propri passi e rinnegare X perchè era ad esempio una baggianata. L’ostinazione in determinate idee anche sbagliate e apertamente dannose è un caso palese di un malinteso senso di “coerenza” che ci aiuta a rimanere vivi e sentirci orgogliosi: le persone, nel momento in cui debbano fare marcia indietro rispetto a una decisione presa, spesso si spingono assurdamente all’estremo opposto!

Il rifiuto di abbandonare un progetto inutile, ad esempio, in cui è stato investito molto denaro è noto in letteratura come errore dei costi sommersi, ed è una forma inquietante di presunta coerenza, dovuta al fatto che le persone non sembrano disposte ad ammettere, con se stesse  e con gli altri, che non avrebbero dovuto investire nulla fin dall’inizio. Chiaro, a questo punto, che l’incapacità di riconoscere i propri errori anche di fronte a se stessi è una delle cause fondamentali di bias radicati e dotati di forte irrazionalità.

Sopravvalutare i premi

L’ottica secondo la quale una persona che si comporta bene debba essere premiata è molto diffusa fin dai tempi delle scuole, ma non è detto che sia sempre e comunque la migliore alternativa possibile. Ragionare in ottica di premio può essere talvolta dannoso, soprattutto se è vero – e non sembra esistere conformità di giudizio a riguardo – che fin da piccoli sviluppiamo un sistema di valori personale, proprio, che tendono a diventare sempre meno controllabili con l’età. Pensare ed illudersi di poter controllare qualsiasi cosa, peraltro, è uno degli errori irrazionali più comuni, che andrebbe aggiunto alla lista.

Sopravvalutare la propria libertà di scelta

Se abbiamo fatto una scelta con grande libertà come è giusto che sia, potremmo rimanere “ipnotizzati” dalla scelta e considerarla sempre e comunque la migliore cosa possibile. È un errore di valutazione diffuso che tende a farci ostinare che si possa e si debba sopravvalutare ciò che pensiamo, solo perchè lo pensiamo, o ciò che abbiamo fatto solo perchè abbiamo scelto di farlo. Anche qui, l’autocritica è difficile da ammettere prima di tutto con se stessi, ed è altrettanto irrazionale – di contro – svalutare un qualcosa soltanto perché altri lo hanno scelto per noi.

Bias di conferma

I ragionamenti circolare sono all’ordine del giorno per molti di noi, e si esplicano nel cosiddetto bias di conferma: so già come la penso su X, per cui cerco conferme ad X ignorando il resto delle prove, ed il resto viene da sè – mi auto-convinco di qualsiasi cosa, cosa che sembra essere alla base di un certo framing complottista, fin troppo in voga in vari ambienti. L’esempio del disastro di Pearl Harbor è emblematico: pare che l’ammiraglio USA Husband Kimmel avesse ricevuto varie informazioni riservate che anticipavano l’attacco da parte dei Giapponesi, ma finì per ignorarlo deliberatamente. Lo fece a quanto pare perchè non combaciava con la sua idea ed i suoi piani, ed arrivò a definirlo ridicolo. I fatti pero’ provano che se avesse agito diversamente, rinnegando le proprie convinzioni personali, l’attacco si sarebbe potuto evitare.

La mente umana in generale è potente ma spesso ci inganna: una volta che ha scelto un’opinione, fa in modo che tutto il resto venga a concordare per forza di cose. Se poi qualcuno prova a contraddirlo o a portare prove contrarie, imbastisce qualsiasi scusa o minimizza il discorso, pur di concretizzare la propria ostinata predeterminazione: in molti casi lo fa perchè, ad esempio sul lavoro, l’autorevolezza della sua precedente conclusione possa rimanere inviolata.

Varrebbe la pena di citare anche l’esagerata fiducia che ripongono le persone, a questo punto, anche su cose false ma su cui hanno molto investito emotivamente, un po’ come accade a chi crede a X per averlo letto su internet e continua a farlo anche quando X viene smentito ufficialmente da più parti.

Cercare spiegazioni arbitrarie dei fenomeni

Nella conversazione ordinaria e nelle riunioni di lavoro è fin troppo diffusa la tendenza a dare “spiegazioni” dei fenomeni, senza considerare che potrebbero essere del tutto errate. Da uno studio condotto a riguardo, di fatto, è uscito fuori che il 15% delle affermazioni umane riguardano tentativi di spiegare un comportamento, un fenomeno e via dicendo, ed il tutto anche a costo di prendere esempi passati del tutto non correlati, o addirittura inventare di sana pianta la spiegazione.

La dinamica classica è sempre la stessa: le persone prima si inventano una spiegazione arbitraria, per quanto plausibile, di un fatto che viene presentato come vero, e poi continuano a crederci anche quando scoprono che le informazioni iniziali non erano vere. Anche qui la politica mondiale è abilissima a dare il cattivo esempio, per così dire.

La nostra effettiva capacità di determinare le autentiche connessioni tra gli eventi è molto più piccola di quanto possa sembrare, a meno che non ragioniamo su numeri verificabili.

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10 cose non razionali che forse hai fatto anche tu (Guide, Fuori dalle righe, Mondo Lavoro)

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