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Lavoriamo troppo, e soffriamo il burnout

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Secondo una statistica riportata dal Fatto Quotidiano circa il 20% dei lavoratori a livello globale starebbe sperimentando i devastanti effetti del burnout, con i giovani che risultano essere fra i più colpiti da questa condizione.

Il burnout, ovvero una serie di sintomi derivanti da uno stress cronico e persistente associato all’ambiente lavorativo, è stato ufficialmente riconosciuto come una malattia dall’Organizzazione mondiale della sanità, ed è stato inserito nella loro classificazione internazionale. I dati emergono da un recente sondaggio del McKinsey Health Institute che ha coinvolto 30.000 dipendenti provenienti da 30 paesi diversi.

Lo studio analizza l’aspetto da un punto di vista vista della salute cosiddetta olistica, nel senso: la salute fisica, mentale, sociale e spirituale. L’indagine del McKinsey Health Institute del 2023 su oltre 30.000 dipendenti in 30 paesi ha rilevato che i dipendenti che hanno avuto esperienze lavorative positive, di fatto, hanno riportato una migliore salute complessiva, risultavano più innovativi sul lavoro e hanno migliorato le prestazioni lavorative.

Gli interventi organizzativi, di gruppo, lavorativi e individuali che affrontano le richieste e i fattori abilitanti possono migliorare la salute olistica dei dipendenti. l’abstract dell’articolo riferisce considerazioni a questo punto un po’ dubbie: si possono includere – si scrive – politiche di lavoro flessibili, corsi di formazione alla leadership, creazione e riprogettazione del lavoro e programmi digitali sulla salute sul posto di lavoro. se da un certo punto di vista è possibile ridurre il Burnout utilizzando tecniche che siano ad esempio legate a Kanban, ad esempio, o quantomeno alla gestione ottimale dei task in termini gestibili, evitando sovraccarichi di lavoro dovuti a call sostanzialmente inutili che spesso rubano tempo alle attività stesse, rimane qualche perplessità sui corsi di formazione alla leadership, che sembrano buttati lì come un guest post qualsiasi, come a dire siamo pronti a proporne uno e questa è una sponsorizzata. Naturalmente rimane soltanto soltanto il sospetto che le cose stiano così anche perché i problemi sul lavoro e la volta buona che ci decidiamo a capire che devono essere risolti interiormente migliorando la nostra capacità di esprimere le emozioni, evitando di concentrarci soltanto su quelle positive o su quelle negative (che fa tanto rispettivamente new age o, al contrario, black metal anni Novanta), imparando a gestire un flusso di emozioni insomma.

I risultati del sondaggio rivelavano che il 22% dei lavoratori a livello globale starebbe affrontando sintomi di burnout, con i giovani che ne soffrono in misura significativamente maggiore. In particolare, l’80% dei dipendenti appartenenti alle generazioni Z e Millennial si dichiara addirittura pronto a lasciare il proprio lavoro a causa di una cultura aziendale tossica.

Il caso di Briselle Aisero

Qualche mese fa del resto aveva fatto molto discutere il caso di Briselle Aisero, che aveva pubblicato uno sfogo per via dell’eccessiva ore di lavoro: otto ore di lavoro al giorno le sembravano troppo e le impedivano di avere una vita. Ovviamente posta in questi termini è chiaro che al boomer medio verrà spontaneo parlare di miniera o di cinghiate dei cari vecchi tempi, il che naturalmente non va bene perché conferma il clima sociologicamente tossico che stiamo vivendo in questi anni particolarmente accentuato dal post COVID. Già normalmente è difficile che accettiamo sui social un’opinione anche leggermente diversa dalla nostra, figuriamoci se addirittura una donna di 21 anni fa una considerazione di questo tipo è naturalmente tutti finiranno per darle contro.

Se accettiamo passivamente il fatto che una persona qualsiasi sui social possa ergersi in rappresentanza di un’istanza anche un minimo significativa a livello sociale (cosa che, spiace dirlo, viene spesso e volentieri pilotata da media affamati di notizie acchiappa-clic) significa che abbiamo già dato per buono che voteremo dei partiti che andranno su TikTok che faranno la compagna elettorale lì, come neanche la fantasia di David Cronenberg che avrebbe immaginato.

Al tempo stesso varrebbe la pena dare un occhio a film come Perfect Days, che danno una risposta alla cultura dell’iper Smau e dell’iper efficienza e dell’iper produttività mostrando la storia di un uomo nella Tokyo di oggi che si dedica in maniera certosina ai propri hobby e alle proprie passioni a accontentandosi di fare l’addetto delle imprese di pulizie dei bagni pubblici e, se non altro, coltivando liberamente i propri hobby. È lo stesso principio per cui gli attivisti ambientalisti che bloccano il traffico vengono aggrediti dalle persone che devono andare al lavoro, anche se quel lavoro probabilmente lo odiano ma sono costretti a farlo perché la società li ha stretti in una morsa. e poi perché ormai è passata l’idea che sia normale accettare un lavoro che non piace, perché il lavoro è così, viva l’azienda aziendalismo, perché chi bello vuole apparire un poco deve soffrire, perché molte persone leggono esclusivamente invece dei libri soltanto soltanto i meme glitterati con su scritto cit.

Se le aziende si riempiono di otto lavoratori su 10 che stanno lì dentro in apnea e che non vedono l’ora di uscire non possono aspettarsi grandi risultati dal lavoro che stanno producendo, ed è diventato un po’ troppo facile parlare di giovani fannulloni che non vogliono fare nulla anche perché il lavoro è profondamente cambiato a cominciare dalle ultime innovazioni introdotte dalle intelligenze artificiali generative. Un problema di burnout andrebbe affrontato in maniera sostanziale, umile avviso nell’interesse di tutti. E come ricorda anche Mark Fisher in realismo capitalista, deve essere la politica prendersi carico di questo aspetto che prima psicologico, sociale e poi individualistico.

È anche possibile che lo studio non sia stato impeccabile, e l’uso della parola olistico lo fa sospettare: al tempo stesso non bisogna dimenticare che il capitalismo è il vero mostro invincibile che ci troviamo combattere oggi, che probabilmente abbiamo adottato e tenuto in casa come il gattino che sta per diventare una belva lovecraftiana. Perché il capitalismo non si combatte, è assodato – purtroppo o per fortuna dei capitalisti, e se ancora sopravviviamo e sguazziamo nel burnout, fregandocene, lo faranno sempre per primi quelli che Stanislav Lem chiama ironicamente “i fanatici servitori del Kap-Ith-Thaal“, immaginando di scrivere dal futuro sul collasso della società in cui viviamo. Il collo collasso è anche possibile che non avvenga e che non lo vedremo mai in diretta, anzi, ce lo auguriamo: ma al tempo stesso ci piacerebbe che qualcuno ogni tanto provasse a cambiare registro e a far capire a chi offre lavoro in condizioni inaccettabili che non può e non deve farlo nell’interesse proprio – riteniamo, pure – ma soprattutto della collettività.

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