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Processo a Google: tutto quello che sappiamo a oggi (o quasi)

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È iniziato l’altro ieri – e conta di durare circa 10 settimane – il processo contro Google, l’accusa di aver violato l’antitrust, mossa dal Dipartimento di Giustizia americano, e di aver assunto posizioni monopolistiche a discapito della concorrenza, in modo (a quanto si sospetta) non lecito. A detta dei maggiori esperti nel settore e di vari osservatori, l’esito di questo processo potrebbe cambiare definitivamente Google per come lo conosciamo, vedendolo un prodotto sostanzialmente diverso da come l’abbiamo sempre utilizzato fino ad oggi. Questo processo sarà “il primo del governo federale in materia di monopolio nell’era moderna di Internet“, come ha scritto efficacemente il New York Times.

Sotto la lente di ingrandimento si troverebbero pure le varie operazioni di acquisizione di micro-società da parte di società più grandi, con cui le multinazionali finiscono per annichilire e uniformare ai propri standard le piccole società, creando un caso senza precedenti nella storia dell’informatica.

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Storia: come nasce il caso Google

Google, attualmente quotata circa 1,7 trilioni di dollari, finisce nell’occhio del ciclone dopo che (circa tre anni fa) il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha iniziato a indagare se l’azienda abbia potenzialmente abusato della sua posizione dominante nella ricerca online, al fine di rendere quasi impossibile la concorrenza dei motori di ricerca rivali. La quota di mercato di Google è stabilmente, da almeno vent’anni, sul 90% del mercato dei motori di ricerca, sia a livello di Stati Uniti che a livello mondiale, e questo avrebbe finito per danneggiare i concorrenti e i consumatori.

Cosa dice il Dipartimento di Giustizia

Il comunicato emesso dal DOJ afferma infatti che

Google ha stipulato una serie di accordi di esclusione che bloccano collettivamente le vie principali attraverso le quali gli utenti accedono ai motori di ricerca, e quindi a Internet, imponendo che Google sia impostato come motore di ricerca generale predefinito su miliardi di dispositivi mobili e computer in tutto il mondo e, in molti casi, vietando la preinstallazione di un concorrente.

Il punto chiave di questa intricata vicenda, che entra nel merito di una legge antitrust molto nota negli USA, si incentra sul fatto che Google avrebbe avuto il potere economico per finanziarsi questo predominio commerciale con gli sviluppatori di browser, con i carrier e i produttori di cellulari per spingere gli utenti verso Google, accettando di inserire esclusivamente il proprio prodotto come motore di ricerca predefinito (cosa che, per inciso, i prodotti Microsoft ad esempio non hanno mai fatto). Si ritiene che i motori di ricerca concorrenti probabilmente non saranno mai in grado di permettersi di superare Google e di stipulare accordi in autonomia, dato che la quota di mercato di Google è troppo grande perché qualsiasi altro competitor possa raggiungerla, proprio in ragione del fatto che l’azienda avrebbe abbondantemente investito in specifica contrattualistica per ritagliarsela.

Secondo alcune stime, per intenderci, Google avrebbe pagato oltre 48 miliardi di dollari solo nel 2022 per stipulare questo genere di accordi commerciali, tra cui figura anche Apple che ha reso Google il motore di ricerca di default pure sugli iPhone. Tra gli scenari potenzialmente ventilati dopo il processo, vi è la possibilità di scissione della società madre Alphabet nei vari prodotti di punta come Google Chrome, Android, Waze, Deepmind e via dicendo. Sullo sfondo della vicenda il DOJ ha accusato Google di cancellare le prove delle proprie accuse, cosa che l’azienda avrebbe respinto, e sono state programmate più di 150 testimonianze diverse.

L’accusa del DOJ sembra chiara: Google avrebbe assunto una posizione dominante effettuando una serie di piccoli e grandi abusi, volti a danneggiare la concorrenza e ritagliarsi una fetta di mercato con pratiche poco etiche. E altre si noto che ci sia un vuoto normativo in materia di leggi (e di comportamento etico) delle società tecnologiche: il Dipartimento di giustizia ha tenuto conto di questa evenienza e ha deciso di intentare una causa nella speranza di costruire una regolamentazione a cui anche tutte le altre aziende tecnologiche dovranno infine adeguarsi. La violazione contestata si riconduce allo Sherman Antitrust Act, una legge federale degli Stati Uniti d’America volta a promuovere la concorrenza economica e prevenire la formazione di monopoli dannosi per l’economia. La legge è stata promulgata nel 1890, ed è stata una delle prime leggi antitrust del mondo. Il nome deriva dal senatore John Sherman, che è stato uno dei principali sostenitori della legge. Sono espressamente vietati, per questa legge, gli accordi restrittivi di concorrenza tra imprese, e la possibilità di monopolizzare qualsiasi settore

Cosa dice Google (ad oggi)

La difesa di Google parte dal presupposto che, a suo dire, l’individuazione dei concorrenti di Google non sia corretta da parte del DOJ, che quelli indicati come tali non siano (in altri termini) davvero concorrenti. Google in altri termini cercherà di convincere il giudice che i motori di ricerca generali rivali come Bing, Yahoo! e DuckDuckGo non siano, in effetti, i suoi principali concorrenti, dato che non sono “i prodotti e le aziende verso cui Google perderebbe query di ricerca (nel breve e nel lungo periodo) se la qualità della sua offerta di ricerca diminuisse“. Semmai sarebbero quelli che Google chiama  “fornitori verticali specializzati” (Specialized Vertical Provider) come Amazon, Yelp ed Expedia, uniti a TikTok e Instagram a rivaleggiare nel mercato della ricerca con l’azienda Alphabet. In altri tempi Google nega di essere semplicemente un motore di ricerca: ed effettivamente non possiamo dare torto a questa affermazione dato che include Android, svariate applicazioni di intelligenza artificiale, tutto il mondo legato ai dispositivi elettronici brandizzati e non soltanto al mondo della ricerca. Per citare la loro memoria difensiva:

Definendo il mercato rilevante solo per i motori di ricerca generici, i querelanti distorcono la realtà commerciale che gli utenti sostituiscono abitualmente altri fornitori di ricerca ai motori di ricerca generici, quali Amazon quando fanno acquisti o Expedia quando devono viaggiare, e quindi escludono impropriamente molti dei concorrenti più forti di Google dal mercato rilevante.

Con l’aiuto di due esperti del settore come Edward Fox e Ophir Frieder, Google sembra intenzionata a spiegare da un punto di vista tecnico che per quanto la pratica di Google di “raccogliere dati sugli utenti possa migliorare la qualità della ricerca”, “i rendimenti della scala sono in diminuzione”. Con l’idea che un concorrente come Microsoft non sia neanche l’ultimo arrivato, che dispone delle dimensioni sufficienti a competere, e che in definitiva Google debba la propria popolarità ad un aspetto di know how e lungimiranza, non a una condotta anti-concorrenziale.

Chi dovrà giudicare (e chi difendere)

Mehta A
By United States District Court for the District of Columbia – https://www.dcd.uscourts.gov/content/district-judge-amit-p-mehta, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=59245307

Il processo sarà seguito dal giudice Amit Mehta e non da una giuria, come avverrebbe per altri casi. Per difendere la propria attività, Google ha assunto l’avvocato John E. Schmidtlein, partner dello studio legale Williams & Connolly, che si confronterà con il capo dell’antitrust del DOJ, Jonathan Kanter. Il giudice  Mehta del tribunale distrettuale degli Stati Uniti, con sede a Washington, ascolterà le arringhe di apertura in questi giorni, per un processo che si svolgerà (a quanto ne sappiamo) completamente a porte chiuse. Le ragioni di questa scelta sono legate al fatto che aziende come Google ed Apple saranno tenute ad illustrare le proprie condotte aziendali interne, rivelando di fronte al giudice dettagli competitivi che dovrebbero rimanere comunque segreti.

384px Jonathan Kanter DOJ Antitrust photo
By US Department of Justice – https://www.justice.gov/d9/pages/images/2021/11/17/jonathan-kanter-internet.jpg, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=135438750

Sul sito di Ars Tecnica viene inoltre indicato che il giudice avrebbe dato disposizione di divieto di registrare e trasmettere in streaming il processo, proprio per questo motivo.

Considerazioni tecniche sul caso

Ovviamente non è agevolissimo affrontare in maniera completa questo argomento, tanto più che probabile che la storia si possa trascinare per molti anni e che eventuali decisioni possano essere seguite da ulteriori ricorsi. La legislazione americana in questa direzione sembra essere più avanti di altre, se non altro, per il fatto che già prevedeva un antitrust a inizio del secolo scorso. Il punto è anche che una legge del genere non è detto che si possa applicare in maniera automatica ad un contesto come quello del web e di internet, tanto più che la deregolamentazione di internet in ambito contenuti, business e policy è un problema noto da tempo, mai risolto. Moltissimi servizi digitali operano in totale assenza di regole, tant’è che potrebbero ad esempio cambiare le condizioni i termini d’uso in corsa, e in molti casi sfruttano (e continuano a sfruttare) i dati personali della maggior parte degli utenti che invitano ad iscriversi.

Il caso di Alphabet di per sé è particolare: parliamo di una società tra le più grandi al mondo che detiene un monopolio gigantesco sul settore della ricerca, non semplicemente su un social network. e considerando il trattamento che ha ricevuto Facebook dovuto a circostanze sicuramente diverse da quelle di cui parliamo in questa sede, i fan di Google hanno abbastanza di che preoccuparsi. Il punto però è non ridurre la questione ad una contrapposizione di tifoserie, tanto più che (da non sottovalutare) il movimento libertario negli Stati Uniti che è piuttosto corposo (Elon Musk è uno dei libertari più convinti e in vista al mondo, per intenderci) difficilmente accetterà una risoluzione del caso che possa sfavorire o stravolgere completamente ciò che ha fatto Google. Perché il punto non è tifare bianco o nero, in questo caso, capire se si possono stabilire delle regole, se queste regole possono essere condivise da tutti i paesi, se tutte le aziende siano disposte ad accettare le regole dei rispettivi paesi, se tutto questo non finisca per minare ulteriormente la neutralità della rete è trasformare Internet in un insieme di sottoreti privatizzate e soggette ad autorità di controllo che, in teoria, potrebbero abusare a loro volta della posizione dominante.

La soluzione di proporre un comitato etico per l’intelligenza artificiale per questioni antitrust, o alla peggio per eventuali censura di contenuti non leciti rischia semplicemente di spostare il problema, non di risolverlo. Non è facile pertanto trovare una risoluzione che possa essere convincente, e che riesca a tutelare nello stesso modo imprenditori e comuni cittadini, per quanto ci sia da scommettere che nella maggior parte del mondo in cui viviamo i primi siano automaticamente favoriti i suoi secondi. Fermo restando la “sacralità” dell’utente ed il rispetto dei suoi diritti, che in questa sede non possiamo che ribadire, rimane anche da considerare come un clima di caccia alle streghe contro Google non sia adeguato al contesto, cose che in Italia in parte si sta scatenando in alcune community, dove le logiche social impongono un clima di contrapposizione binaria, magari dalle stesse persone che continuano impunemente a dare i propri dati a Google senza nemmeno rendersene conto, o da parte di altre che non sanno neanche troppo bene ciò che dicono. Bisognerebbe anche chiedersi, anche solo per curiosità, se sia effettivamente corretto che un singolo Stato decida in materia di Internet, direttamente o indirettamente, a nome di tutti gli altri.

Da un lato pertanto la considerazione da cui parte il Dipartimento americano non è sbagliata, anzi: sembra formalmente corretta e sostanziale. Non è ovvio, al tempo stesso, che la condotta di Google sia stata effettivamente poco etica o non lecita, poiché i vantaggi sono stati acquisiti in una posizione di vantaggio economico, cosa che formalmente avviene in qualsiasi settore e che nel digital ha come notevole svantaggio il fatto di essere poco comprensibile a chi non fosse del settore. Sembra altresì difficile immaginare uno stravolgimento di un colosso dell’informatica che improvvisamente potrebbe smettere di esistere o stravolgere il proprio funzionamento, per quanto ovviamente rimangono nell’ambito del possibile. C’è anche una questione legata all’effetto dell’eventuale sentenza, peraltro, che potrebbe rimettere in voga la questione della neutralità della rete: se un giudice americano stabilisce che Google debba essere divisa in più settori, e che questo debba eventualmente ripercuotersi nel modo in cui i servizi vengono fruiti, non è detto che gli effetti saranno visibili in tutti i paesi: potrebbe capitare che esternamente non cambi nulla in maniera clamorosa, potrebbe capitare che ogni paese abbia il proprio Google, perché a quel punto le accuse di antitrust si potrebbero estendere o meno agli altri paesi e non sembra molto coerente il fatto che un giudice americano possa decidere per il resto del mondo in merito. Anche perché le giurisdizioni e le indicazioni dell’antitrust possono cambiare di paesi in paese, e rimane il problema di fondo che la legge dell’antitrust è comunque piuttosto vecchio (lo Sherman Act è di fine Ottocento).

È difficile giudicare questo caso dall’esterno perché i dettagli che sono stati messi in ballo sono frutto di due visioni formalmente contrapposte, anche se non sembra difficile ad esempio riconoscere che l’individuazione dei concorrenti di Google possa essere soggetta a interpretazione arbitraria, non sia univoca e soggettiva. Di sicuro questo processo costituirà un precedente, e se dovesse vincere il dipartimento come più voci suggeriscono sembra essere quasi automatico che tutte le altre aziende del digitale e tutti i colossi come Facebook X e via dicendo dovranno adeguarsi di conseguenza all’andazzo. Foto di Edward Lich da Pixabay

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