Un CMS proprietario rischia di non avere alcun senso


Pubblicato il: 24-08-2020 10:55 , Ultimo aggiornamento: 18-01-2021 15:33

Prima di passare alla disamina vera e propria, proviamo a capire un po’ meglio di cosa parliamo quando nominiamo il CMS proprietario.

Che cos’è un CMS proprietario?

Come forse già saprete un CMS è l’acronimo di Content Management System, ovvero un sistema di distribuzione dei contenuti sul web – e WordPress, ovviamente, è uno degli esempi più rinomati. Un CMS proprietario è pertanto un tipo di CMS che non è, di fatto, open source, ed i cui aggiornamenti sono curati da un’agenzia, da un programmatore o da una società di informatica che lo gestisce in modo privato e senza renderne noti i dettagli. Non è disponibile pubblicamente il codice, ma lo stesso viene distribuito mediante aggiornamenti su richiesta che servono, volta per volta, ad equipaggiare il sito di funzionalità specifiche. Esistono CMS specifici per varie esigenze: per quelle di pubblicazione dei contenuti WordPress, ad oggi, sembra essere la scelta più abusata; esistono anche CMS specifici come Django, CMS in Python, PHP o Perl e, ad esempio, CMS per casinò online.

Quali sono i problemi del CMS proprietario

Se all’apparenza non c’è nulla di male nella gestione e nell’uso di un CMS proprietario, sono numerosi i problemi a livello tecnico di questo genere di CMS:

  1. anzitutto, gli aggiornamenti di sicurezza seguono uno standard di aggiornamento interno all’azienda, che non è detto che sia il migliore legato a procedure che spesso e volentieri sono non standard e questo, alla lunga, può essere un problema per la sicurezza e l’inviolabilità del CMS. Usando correttamente CMS open source, al contrario, gli aggiornamenti sono a carico degli sviluppatori del sistema, e  questo permette di concentrarsi sulle personalizzazioni senza far pagare al cliente costi che, in effetti, non dovrebbe sostenere in quei termini. Ovviamente il tutto ammesso che le modifiche e le personalizzazioni siano eseguite seguendo la politica standard del CMS in questione.
  2. Un altro punto strettamente correlato al precedente è legato alla gestione delle personalizzazioni, che per i CMS proprietari è spesso e volentieri tra l’ibrido ed il disastro (a meno che, ovviamente, non si parli di CMS proprietari di grosse multinazionali come la Microsoft, che segue ovviamente una procedura molto precisa e a prova di errore, a riguardo).

Per intenderci, visto che c’è parecchia confusione in merito, soprattutto in Italia: quando viene sviluppato un sito, in molti casi il cliente può lecitamente chiedere delle modifiche, delle personalizzazioni di funzionalità a sua scelta. Per farle, molti programmatori con poca esperienza modificano direttamente i file del core, non aggiornando più il CMS in seguito e anzi intimando di non farlo in futuro per non “fare danni”. Ma sarebbe bastato sfruttare i meccanismi idonei del CMS di partenza, anzichè lucchettare il CMS e facendolo diventare da open source a proprietario senza alcuna documentazione o procedura in merito.

Verrebbe da chiedersi per quale motivo, a questo punto, i CMS proprietari vengano venduti e magnificati: il motivo è perchè il più delle volte si tende a costruire una relazione di “dipendenza” tra l’azienda che li vende (o li rivende / manipola) ed il cliente, che si trova quindi a dover chiedere all’azienda ogni singola modifica che poi viene vagliata e prodotta, manipolando sempre peggio il codice originale e generando l’effetto noto in gergo come spaghetti code: codice talmente intricato che nemmeno chi ci ha messo mano la prima volta è in grado di cambiarlo.

In molti casi le obiezioni contro l’open source sono note: anzitutto, si pensa che se è open source poi me lo copiano. Ma questa è una visione parziale, ingenua e poco competente in materia, visto che l’open source è nel 90% dei casi solo una base sulla quale sviluppare le personalizzazioni, che comunque bisogna farsi pagare e che non è giusto, semplicemente, barricare e blindare alla propria volontà di sviluppatori.

Se si fosse usato un CMS open source, del resto, al posto di uno proprietario – il che non vuol dire affatto “gratis” come molti pensano – avremmo potuto offrire gli stessi servizi pagandoci la consulenza lo stesso, e senza costringere il cliente a legarsi a noi “a vita” o quasi, con un dispendio di energie e di soldi considerevole per tutti. Ma purtroppo, nella realtà, il CMS proprietario funziona così: e non tutti, secondo me, se lo possono permettere. Questo non vale solo per i clienti, ma vale anche per chi vende questi sistemi spesso millantando staff e competenze informatiche che spesso non si hanno.

Son discorsi molto generali, e bisognerebbe entrare nello specifico dei singoli casi per saperne di più. Sono anche argomenti di cui si parla poco e malvolentieri, in questo ambito, e sarebbe ora di farlo un po’ di più.

 

Foto di Bruno Godínez da Pixabay

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