Ha senso immaginare nuove tecnologie senza concepire nuovi modi di vivere?

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Pubblicato il: 06-01-2022 16:57 , Ultimo aggiornamento: 06-01-2022 17:01

Il futuro sarà sempre più segnato dalle nuove tecnologie: se non fosse per il titolo che abbiamo scelto, verrebbe da concludere che sia una cosa abbastanza ovvia su cui nemmeno (forse) valga la pena discutere. Lo sappiamo bene: tra QR Code sempre più popolari, relazioni a distanza, Green pass, app di tracciamento di cui sembra non essere più di moda discutere, intelligenze artificiali che “decidono” sempre più aspetti delle nostre vite, e naturalmente le svariate, fantasiose e a volte grottesche tecnologie IoT che connettono ad internet anche i comunissimi spargi-sale.

È utile ripercorrere un po’ di storia delle tecnologie per comprenderne la parziale inadeguatezza, di per sè, a leggere gli aspetti del presente e le esigenze umane. All’inizio degli anni ’60, tanto per fare un esempio popolare, uscì un cortometraggio in cui Ugo Tognazzi interpretava un “italiano medio” conformista, il quale compilava svariate cambiali al solo scopo di acquistare una TV di ultima generazione (era il film satirico a episodi Ro.Go.Pa.G.). Una TV che, oggi, non varrebbe neanche la metà del presunto prezzo dell’epoca e sarebbe utile, al più, come pezzo di antiquariato in qualche museo, ammesso che possa ancora funzionare.

Molti feroci critici delle tecnologie presentano a riguardo, da molti anni, a riguardo la questione della cosiddetta obsolescenza programmata, simbolo di un qualcosa di infido che è stato iniettato, come un malware della peggior specie, nelle tecnologie che utilizziamo. Un modo che permetta alle tecnologie di diventare vecchie dopo pochissimo tempo, oppure – in alcuni casi – di possedere una forma pubblicitaria incessante che ne induca l’essere ormai superata, nonchè la necessità di comprare l’ennesimo nuovo modello (obsolenze simbolica, dovremmo scrivere, in tal caso). La classica teoria dell’obsolescenza programmata, del resto, va di pari passo con l’evoluzione inevitabile delle nuove tecnologie, attenuandone la gravità (almeno in parte). Tecnologie che sono in grado di produrre processori sempre più piccoli e veloci, memorie sempre più grandi, console di gioco sempre più performanti e smartphone che potrebbero avere la capacità di pilotare una sonda spaziale (ammesso che possa avere senso farlo).

Il punto chiave, probabilmente, è proprio questo: le nostre (?) tecnologie sono proposte ed usufruite al grande pubblico, in primo luogo, senza che riusciamo a coglierne il senso, senza che a nessuno interessi davvero proporne un utilizzo critico o ragionato. Chi compra un iPhone, ad esempio, lo fa spesso di pancia, per lo stesso motivo per cui acquistiamo uno smartphone o un computer nuovo sulla base di considerazioni estetiche oppure immaginandoci mentre lo utilizziamo, prima ancora che in base alle sue caratteristiche tecniche. Ed è davvero paradossale come quello stesso non sapere cogliere il senso delle tecnologie che usiamo, in molti casi, possa tradursi in una riduzione della tecnologie ad un semplice status sociale, ad un oggetto “di lusso” come un altro, quasi come se un computer diventasse una sorta di lavatrice, un oggetto che dobbiamo avere in casa e sul quale difficilmente ci interroghiamo (a meno che, ovviamente, non smetta di funzionare).

Ad oggi ci troviamo ad un punto interessante, a mio avviso: quello che lascia il segno non è interrogarsi su eventuali questioni (di lana caprina) sull’umanizzazione della macchina, dei robot o di Alexa, per intenderci, bensì sulle distanze che siamo costretti a percorrere per essere noi stessi, da umani, compatibili con la macchina stessa. Siamo noi, ad oggi, a dover essere compatibili con la macchina, non il contrario come sarebbe stato normale pensare ai tempi di Ada Lovelace o dei primi chatbot. Gli interrogativi sulla retro-compatibilità del software, in sostanza, si sono traslati altrove, in un movimento che subiamo a mo’ di contraccolpo (spesso a livello inconscio, secondo me), diventando una sorta di rinculo mentre usiamo l’ennesimo dispositivo: chiederci se saremo davvero “all’altezza” di farne uso. Ed è forse qui, arrivati a questo punto, che dovremmo provare, quantomeno, a rivedere le nostre priorità: è un qualcosa che ho suggerito nel mio libro Tecnofobia, almeno per grandi linee, e che intendo continuare a rilanciare in futuro.

La tecnologia è diventata, in certi frangenti (e anche per colpa del dilagare di modi di pensare new age o improbabilmente primitivisti) una sorta di magia indecifrabile, a tutti gli effetti, ed il tutto senza pensare per forza alla casalinga poco competente o al boomer che non sa distinguere Facebook dalla realtà: vale anche per alcuni politici, vale anche per vari ruoli istituzionali (come quelli che volevano risolvere il problema della pandemia utilizzando alla cieca un’app di tracciamento e in assenza, all’epoca, di soluzioni sanitarie: l’abitudine alla delega a prescindere, probabilmente, ha indotto questo effetto). Molti accarezzano e lisciano il pelo al cosiddetto funzionalismo, in altri ambiti, all’idea che le app possano risovere qualsiasi problema (cosa che è sostanzialmente falsa, alla prova dei fatti), a volte evocando la famosissima legge di Clarke: qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Ma il punto sostanziale della discussione in merito rimane ancorato alla questione che ad esempio Sun-Ha Hong (docente universitario alla Simon Fraser University) ha posto sulle pagine di Real Life Magazine, riportando l’esempio di un cartone animato di successo come I pronipoti (The Jetsons, 1962). Un futuro che veniva previsto, sia pur in un contesto pop e decisamente leggero, come incentrato immarcescibilmente su ufficio e sala da pranzo, nonostante aeromobili, abbigliamento futuristico, astronavi e robot camerieri. Questo cartone è stato molto popolare anche in Italia, e mostrava il mondo del futuro (anno 2062) mediante la famiglia di George Jetson, che va in ufficio in aeromobile e vive in una società in larga parte automatizzata. Possiede una robot-cameriera per le faccende domestiche (significativo che sia di sesso femminile, per certi versi) e mantienere il ruolo di lavoratore, suggerisce Hong, in uno scenario da catena di montaggio non troppo difforme da quello di Tempi moderni di Charlie Chaplin. Tale opera possiede almeno un tratto comune con la realtà di oggi, ovvero quello di presentare una visione tecnologica quanto immutabile, stantìa e poco critica della società in cui viviamo. Il tutto sembra risultato dell’automatizzazione selettiva delle solite funzioni di sempre (guidare un’automobile, naturalmente per andare in ufficio) dove si è deciso di far evolvere il mezzo dove e quando faccia comodo , ignorando le istanze umane sottostante e costringendoci a “rincorrere” certe tecnologie. Del resto sì, ci sono le auto a guida automatica, ma si continua ad andare in ufficio come si fa dagli anni ’50 – e lo smartworking presenta, ancora oggi, varie resistenze.

Tali tecno-futuri, per quanto suggestivi e divertenti possano sembrare nella cultura pop (I pronipoti sono l’esempio forse più noto in assoluto, ma non sono neanche l’unico), hanno il terribile difetto di essere “futuri riciclati”, in cui è impossibile immaginare una dinamica sociale differente ma è possibile inventarsi altri mille modi per avere una giornata dura in ufficio, un mondo in cui – in altri termini – tutto sembra cambiare ma quasi nulla, in realtà, sta cambiando, addirittura dai tempi di Chaplin. Tali futuri riciclati – scrive Hong- sono accuratamente mascherati da innovazione, innovazione che non presenta margine di discussione se non, naturalmente, nell’idea di investirci altri soldi, risucchiando dalle nostre vite ogni altra possibilità di rimessa in gioco, di stili di vita alternativi che non siano pateticamente anti-tecnologici e che, al contrario, si sappiano integrare con le tecnologie stesse senza risultare alienanti. Colonizzare lo spazio e avere una cucina a comando vocale sembra inevitabile, mentre ogni errore e rinvio in tal senso viene accuratamente minimizzato, mentre lo scetticismo in tal senso assume sempre più l’aria di implausibilità.

Ha senso immaginare nuove tecnologie, in altri termini, senza concepire per noi stessi adeguati, nuovi modi di vivere? Secondo me, forse no, soprattutto alla luce di quanto abbiamo discusso in questo articolo. Anche perchè viene sempre più in mente quanto scritto da Bertolt Brecht in una celebre rubrica: “Ero in collina e vidi il Vecchio avvicinarsi, e poi arrivò il Nuovo“.


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