La mappa non è il territorio, spiegato bene

La mappa non è il territorio è diventato un comune modo di dire che pero’, andando ad indagare, affonda le proprie radici  in un celebre articolo scritto da un matematico quasi 100 anni fa. Un concetto citato da una grandissima quantità di scrittori e studiosi di ogni campo, dalla letteratura alla psicologia passando per l’arte e per la matematica: basti pensare, per fare un esempio immediatamente comprensibile, alla celebre opera con l’opera più famosa del surrealista Renè Magritte, La Trahison des images, ovvero l’immagine di una pipa con didascalia “Ceci n’est pas une pipe“, questa non è una pipa, a voler sottolineare la differenza tra un oggetto (come una pipa o qualsiasi altra cosa) e l’immagine di un oggetto (la sua foto o un quadro).





Il concetto per cui la mappa non è il territorio può essere considerato familiare a vari ambiti: secondo ciò che viene usualmente sottinteso da questa massima, la percezione della realtà è sempre soggettiva, ovvero è influenzata dalle nostre mappe interne o convinzioni personali. Più in generale, del resto, qualsiasi mappa della realtà non corrisponde con la realtà, ma ne sarà sempre un modello perfettibile. Anche le mappe più precise non sono perfette, come chiunque abbia fatto uso di Google Maps più volte – qualora ti suggerisca strade impervie o poco praticabili, ad esempio – dovrebbe sapere bene.

La frase in questione trae spunto dalle considerazioni sul rapporto tra matematica e linguaggio espresse nel 1931 dal matematico Alfred Korzybski. L’articolo in questione, A Non-Aristotelian System and Its Necessity for Rigour in Mathematics and Physics, è una dissertazione abbastanza complessa sull’argomento sulla quale non entreremo, per brevità, troppo nel merito, se non per i tre punti cardine del suo articolo che verranno adesso riassunti.

Per introdurre il concetto, Korzybski divide in tre punti fondamentali il proprio pensiero:

  1. Una mappa (intesa letteralmente come mappa geografica) può, secondo il matematico di origini polacco-americane, possedere una struttura che sarà simile o dissimile da quella effettiva del territorio a cui si riferisce.
  2. Due strutture simile possiedono caratteristiche logiche, scrive l’autore, altrettanto simili. Per cui se in una mappa corretta la città di Dresda si trova tra Varsavia e Parigi, si ritroverà la stessa relazione nel territorio.
  3. Una mappa non è il territorio (A map is not the territory, scrive, citando letteralmente la frase).
  4. La mappa è dotata di una caratteristica detta auto-riflessività (self reflexiveness), ovvero una proprietà per cui una mappa idealmente può contenere una mappa di una mappa, una mappa di una mappa di una mappa e così via.

Estendendo il discorso dal contesto geografico a quello più generale, potremmo quindi sostenere che le mappe (intese come teorie, modelli, descrizioni, rappresentazioni della realtà) sono indispensabili all’essere umano, sia pur nel loro essere imperfette.

Il problema principale di qualsiasi mappa, alla fine, non è semplicemente che è un’astrazione, ma che si tratta di un’astrazione necessaria. Se riducessimo la scala della mappa, ad esempio, risolveremmo molti del problemi di potenziale imprecisione della stessa ma, a quel punto, non ci servirebbe più a molto. La nostra mente, a questo punto, dovrà essere in grado di comprendere ogni mappa sfruttando delle astrazioni ulteriori, e questo comporterà un processo certamente non esente da errori: preferiamo capire male le cose anzichè non capirle affatto, e questa è una sorta di dimostrazione implicita del fatto che un modello anche grossolano sia preferibile a non averne nessuno a disposizione (e questo spiega, probabilmente, anche perchè molte teorie bislacche, perfettibili o del tutto fuorvianti circolino ancora oggi, proprio perchè le teorie più credibili e solide sono spesso, come l’articolo di Korzybski, difficili da comprendere per i più).

Del resto, ci ricorda quell’articolo seminale, anche le mappe più precise soffrono di limitazioni, come ad esempio:

  1. la mappa potrebbe essere sbagliata senza che possiamo renderci conto che lo sia;
  2. la mappa è soggetta, nella sua creazione, ad un processo di sintesi e riduzione che potrebbe aver fatto perdere dettagli importanti;
  3. una mappa necessita comunque di un processo interpretativo che, alla lunga, può essere anch’esso soggetto a bias cognitivi o errori anche gravi (a meno che di non riuscire a realizzare l’autoriflessività di cui sopra, cosa peraltro solo teorica).
  4. si aggiunge che, come se non bastasse, l’uomo tende a semplificare ogni ragionamento per renderlo accessibile prima di tutto a se stesso: e questo, naturalmente, introduce alte probabilità di errore di ragionamento.

Ciò non toglie, ovviamente, che la mappa – intesa come astrazione in generale, ovvero come teoria, modello, mindset, e così via – finisca per essere comunque un elemento fondamentale della realtà in cui viviamo. Noi ricorriamo e siamo costretti, per meglio dire, a ricorrere nostro malgrado a mappe anche grossolane, a volte. I territori in cui dobbiamo muoverci del resto sono spesso impervi e inospitali, e può sempre capitare di dover far affidamento su mappe, nostro malgrado.

Il che va bene, s’intende, purchè non si finisca per fare come quei turisti raccontati da James Brindle in Nuova era oscura: esplorando un territorio ignoto in Sud Africa, sono finiti in mare con l’auto soltanto perchè il navigatore gli aveva suggerito di farlo. Potrebbe esistere un esempio più efficace di questo per esprimere il concetto per cui “la mappa non è il territorio“?

Image by digital designer from Pixabay



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