Una guida pratica alla psicologia sociale


La psicologia sociale è il campo della psicologia che studia come i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone sono influenzati dall’ambiente sociale in cui vivono, compresi gli altri individui, i gruppi, le istituzioni e la cultura. Si occupa di una vasta gamma di temi, tra cui l’interazione sociale, la percezione degli altri, la conformità, l’influenza sociale, la persuasione, il pregiudizio, la discriminazione, la leadership, la cooperazione, la comunicazione e molti altri aspetti della vita sociale umana.

Cos’è la psicologia sociale

La psicologia sociale si concentra sulle cause immediate dei comportamenti e delle interazioni sociali, piuttosto che sulle cause biologiche o genetiche più profonde, per diversi motivi:

  1. Fenomeni sociali osservabili: La psicologia sociale si concentra su fenomeni sociali osservabili e misurabili, come l’influenza sociale, la conformità, il pregiudizio, che possono essere studiati empiricamente attraverso l’osservazione, l’esperimento e altre metodologie di ricerca psicologica.
  2. Contesto sociale: Poiché la psicologia sociale si occupa degli aspetti sociali del comportamento umano, è naturale che le sue teorie e i suoi approcci si concentrino sulle influenze sociali immediate che determinano il comportamento e le interazioni delle persone in contesti sociali specifici.
  3. Applicabilità pratica: Concentrandosi sulle cause immediate dei comportamenti sociali, la psicologia sociale fornisce informazioni pratiche e utili per comprendere e affrontare problemi sociali e interpersonali reali, come il conformismo, il pregiudizio e il conflitto intergruppo.
  4. Rilevanza per l’intervento sociale: L’obiettivo della psicologia sociale è spesso quello di identificare le influenze sociali che possono essere manipolate o modificate per promuovere il cambiamento sociale positivo e migliorare le relazioni interpersonali.

Lo studio dell’influenza del mondo esterno, degli altri in quanto tali, nel contesto delle attività che si svolgono nella quotidianità è al centro del dibattito di ogni ordine e grado, non certo da oggi. Nel lontano 1897 Norman Triplett dell’università dell’Indiana avviò il primo esperimento di psicologia sociale della storia, incentrato sulla cosiddetta facilitazione sociale (in breve: un ciclista ottiene tempi peggiori allenandosi in solitaria, rispetto a quanto non riesca a fare in co-presenza con altri ciclisti, allo stesso modo in cui dei bambini performano meglio a compiere attività ricreative in coppia di quanto non facciano individualmente). Questa conclusione sembra già all’epoca biased, in effetti, ed era in realtà solo una parte della storia: come evidenziato dagli studi di Ringelmann sul tiro alla fune (1913), l’efficienza dei singoli tendeva a diminuire all’aumentare della numerosità della squadra. In altri termini la facilitazione è effettiva solo se il contributo dei singoli è riconoscibile, e se tende a diluirsi nella massa tende a produrre l’effetto “chi me lo fa fare” e a renderli inconsciamente meno produttivi.

Nascita della psicologia sociale

I primi studi di psicologia sociale – una via di mezzo, a conti fatti e considerando le inevitabili eccezioni, tra psicologia e sociologia – sono opera di McDougall (che si focalizza sulla parte psicologica o individuale) e di Ross (che invece lavora sull’aspetto sociologico), e coinvolgono nelle proprie riflessioni (le quali confluirono in due dei più famosi manuali introduttivi alla materia) aspetti legati alla “mente di gruppo”, ai processi intraindividuali e ai processi mentali che coinvolgono il comportamento dell’essere umano. Del resto gli esperimenti sociali più celebri dovevano ancora arrivare: come ad esempio quello di Philip Zimbardo, che con l’esperimento di Stanford evidenziò (sia pure con metodi non impeccabili: non era previsto alcun gruppo di controllo, e lo psicologo stesso partecipoò all’esperimento quanto avrebbe dovuto rimanere “osservatore neutro”) il funzionamento della mente umano in una inversione di ruolo tra carcerati e guardie (sul tema c’è ad esempio un film di Hirschbiegel). Non sempre, insomma, l’approccio mostrava ogni lato della realtà, ma rimane un qualcosa su cui vale la pena porre delle riflessioni.

Psicoanalisi e psicologia sociale

Sulla base della Psicologia delle folle di Gustave Le Bon (saggio criticatissimo che, a quanto pare, venne letto e apprezzato egualmente da studiosi e dittatori) Sigmund Freud pone le basi della psicoanalisi tra il 1892 e il 1897, partendo dall’idea che le libere associazioni di idee di un paziente possano, alla lunga, far emergere traumi e confessioni inaccettabili, allo scopo di liberare l’energia psichica. Prendono piede idee destinate a permanere, essere rielaborate variamente e confluire (almeno in parte) nelle moderne neuroscienze: il principio di realtà, il principio del piacere, i lapsus, le nevrosi, l’Es selvaggio e irrazionale, l’Io mediatore, il SuperIo crudele e irreprensibile come l’educazione genitoriale, non ultimo lo studio dei sogni (L’interpretazione dei sogni fu significativamente pubblicato nel 1899, all’alba del nuovo secolo).

La psicologia sociale riconosce già agli inizi il peso della psicoanalisi, ma non si ferma a considerare l’aspetto interiore: come sarà formalizzato negli anni Settanta da Deleuze e Guattari (che sposano l’antipsichiatria dell’AntiEdipo), ci sono aspetti intrapersonali da affiancare a quelli interpersonali, i quali è necessario considerare per evitare di pensare all’uomo come ad un semplice automa a stati finiti indipendente dai flussi e dagli stimoli esterni.

Rinforzi e comportamentismo

Fu G. H. Mead a valorizzare l’importanza dei simboli e dalla loro attribuzione a ciò che facciamo: ciò che spesso viene banalizzato da certa sociologia spicciola, per intenderci, che attribuisce un peso simbolico ai “capelloni”, agli orecchini al naso e via dicendo (il più delle volte senza specificarlo troppo). Dal canto suo, la psicologia sociale risente degli echi di Wundt e degli studi di Voelkerpsychologie (psicologia dei popoli), di inizio del Novecento, a sottolineare l’importanza del contesto storico e culturale nella valutazione dell’individuo e del suo comportamento. Émile Durkheim (padre fondatore della sociologia) va leggermente in controtendenza, in questa fase, distinguendo tra rappresentazioni collettive (che lo interessarono per tutta la vita) e rappresentazioni individuali. Seguiranno gli studi comportamentisti di Watson e Skinner, che finiranno per studiare le catene causali di stimoli e risposte, secondo il modello Stimolo-Risposta come unica possibilità di analizzare dati osservabili. Con due scuole di pensiero alla base: quella della teoria della contiguità rappresentata da Watson (associazioni tra due stimoli e una risposta) e quella della teoria del rinforzo sostenuta da Skinner, Miller e Torndicke.

Il meccanismo del rinforzo viene invocato da Skinner per spiegare i processi di apprendimento all’interno del paradigma del condizionamento operante: viene notato su alcuni animali che un rinforzo positivo (procurare cibo, ad esempio) coadiuva un certo tipo di comportamento, così come un comportamento negativo tende a farlo estinguere. In quest’ottica si colloca ciò che aveva scoperto il fisiologo russo Pavlov con il celebre esperimento sui cani: a uno stimolo neutro segue una risposta condizionata, che in precedenza era stata felicitata da uno stimolo incondizionato. Detta in maniera meno tecnica si tratta della salivazione indotta ad un cane che è stato abituato a mangiare al suono di una campanella, e che saliva lo stesso anche solo in presenza della campanella stessa (in assenza di cibo). Il quadro veniva completato dalla Skinner box: una scatola nella quale veniva posto un piccione che riusciva mediante una leva a procurarsi casualmente del cibo, e che imparava a farlo per soddisfare le proprie necessità di mangiare.

Modellamento

Il comportamentismo, da solo, non basta più: a molti viene sospetto che il modello stimolo risposta debba essere integrato con qualche altra cosa. Se da un lato è chiaro che non esiste una psicologia dei gruppi che non sia essenzialmente interamente una psicologia degli individui (come sostenuto da Allport, ad esempio), inizia a farsi strada la considerazione che non tutti gli aspetti siano misurabili, e che debbano comunque essere presi in considerazione. Il modello Stimolo Risposta diventa Stimolo Organismo Risposta, mentre studiosi come Bandura richiamano l’attenzione su come l’apprendimento non avvenga mediante condizionamento classico o condizionamento operante ma anche mediante imitazione, formulando così il concetto di modellamento o modelling che tanto sarebbe stato utilizzato nella pedagogia moderna (soprattutto in forma di modellamento astratto, ovvero un allievo che imita il metodo del maestro). In tale ottica il rinforzo diventa vicariante: vedendo qualcuno che riceve una ricompensa per un certo comportamento, gli individui sono incoraggiati a imitarlo, mentre l’osservare una punizione inflitta a qualcuno per un determinato comportamento spinge gli spettatori a evitare di compiere lo stesso.

Gestalt (psicologia della forma)

La Gestalt è una teoria psicologica che si concentra sull’organizzazione percettiva e sulla percezione dei pattern e delle forme. Il termine “gestalt” deriva dal tedesco e significa “forma” o “configurazione”. Questa teoria è stata sviluppata nei primi anni del XX secolo da psicologi come Max Wertheimer, Kurt Koffka e Wolfgang Köhler.

Uno dei concetti fondamentali della Gestalt è che la percezione non è semplicemente la somma delle sue parti, ma è influenzata dalla configurazione globale o dalla struttura dell’oggetto o dell’esperienza percettiva. Questo principio è espresso nel famoso principio della “totalità” o “insight”, secondo il quale la mente umana tende a organizzare gli elementi sensoriali in figure significative piuttosto che in singoli stimoli isolati. Ad esempio, vediamo una serie di punti disposti in modo specifico come un volto anziché come una semplice disposizione di punti. Altri principi importanti della Gestalt includono la “prossimità”, che indica che gli oggetti vicini tra loro tendono a essere percepiti come appartenenti a un gruppo, la “similarità”, che indica che gli oggetti simili tendono ad essere raggruppati insieme, e la “chiusura”, che si riferisce alla tendenza a percepire figure incomplete come oggetti completi. La teoria della Gestalt ha avuto un impatto significativo su diverse aree della psicologia, tra cui la percezione visiva, la psicologia cognitiva e la psicologia della forma. È stata applicata anche in campi come il design, l’arte e la terapia psicologica, offrendo un quadro utile per comprendere come le persone organizzano e interpretano le loro esperienze percettive.

In ambito psicologico sociale, la Gestalt ha contribuito a comprendere come le persone percepiscono e interpretano le interazioni sociali e la dinamica dei gruppi. Uno dei concetti principali che ha trovato applicazione nella psicologia sociale è quello della “gestalt sociale“, che si riferisce alla percezione e all’interpretazione delle persone in base alla loro configurazione globale o al loro ruolo sociale, piuttosto che alle loro singole caratteristiche. Ad esempio, quando vediamo una persona in una determinata posizione sociale o con un certo ruolo, tendiamo a interpretarla in base a quell’identità sociale piuttosto che solo alle sue caratteristiche individuali. In quest’ottica si arriva al concetto per cui la percezione è determinata da un’interazione tra organi organizzazione anatomica e fisiologica e stimolazione esterna, ovvero una sorta di ricostruzione della realtà che può essere meramente soggettiva. Il cervello come simulatore compare qui, forse per la prima volta, nella storia della scienza, sia pure in forma primordiale e incompleta.

Prendono piede altri due concetti chiave in questa fase: da un lato il concetto della rigidità mentale innata in ognuno di noi, che ci porta a vedere forme ambigue sempre in uno stesso modo non nonostante prove evidenti della possibilità del contrario o di varie possibilità. Dall’altro esce fuori da alcune esperimenti svolti all’inizio del novecento e il concetto di Insight, ovvero il fatto che alcuni animali tra cui anche l’uomo possano rilevare l’importanza di un oggetto fino ad allora visto solo come strumento neutro una funzione diversa da quella originaria. Se ad esempio uno scimpanzé non riesce a raggiungere una banana, prima o poi arriverà un momento in cui sfrutterà un bastone per raccoglierla, a patto che lo stesso sia presente nel suo campo visivo.

Ricerca-Azione

Kurt Lewin crea così, sulla falsariga della Gestalt, il concetto di campo: da intendersi come spazio fisico e sociale, come spazio vitale, come spazio di confine o, se preferite, la totalità dei fatti coesistenti nella loro interdipendenza in un dato momento storico. Gli esperimenti dello studioso operano nel senso della ricerca intervento, quella che poi sarebbe diventata ricerca e azione, ovvero esperimenti guidati in cui un ricercatore dà una guida per poter cambiare le cose e operare attivamente per migliorarle. I suoi studi sulla leadership hanno fatto scuola: si è visto che una leadership democratica tende a valorizzare ad esempio in una classe il comportamento virtuoso dei singoli, mentre una autoritaria e/o lassista tende a far degenerare la situazione situazione e a creare situazioni di frustrazione o sofferenza. fu anche celebre un esperimento sociale in cui si vide che le persone si facevano più facilmente convincere a mangiare determinate cose in seguito ad una discussione in gruppi, piuttosto che assistendo a lezioni frontali da parte di esperti.

Cognitivismo

Per quello che riguarda il concetto di action research (ricerca-azione) sviluppato da Lewin dal 1935 in poi si pone l’accento sulla capacità non soltanto di disporre di un modello interpretativo adeguato, ma anche di poter intervenire attivamente sulla realtà per poterla migliorare. dopo un periodo periodo in cui vengono sviluppate diverse teorie ibride o comunque non troppo sviluppate in termini di ricerca, si arriva al punto di considerare l’individuo come un computer: un vero e proprio elaboratore che acquisisce gli stimoli dall’interno e si comporta di conseguenza.

La psicolinguistica di Chomsky del 1959 irrompe all’interno della comunità scientifica con l’assunto che il linguaggio non sia frutto del comportamentismo puro come si era ritenuto fino a quel momento, bensì esista un dispositivo mentale innato (LAD, Language Acquisition Disposal) che introduca una serie di regole di trasformazione e di grammatica generativa. L’assunto dello studioso è rivoluzionario: il linguaggio è innato, non è appreso o imposto dall’esterno.

Chomsky sostiene che il linguaggio sia innato perché osserva la rapidità e l’efficienza con cui i bambini imparano il linguaggio, la capacità umana di creare nuove frasi, la presenza di principi universali nella grammatica e le carenze delle spiegazioni basate sull’apprendimento ambientale. La prospettiva di Chomsky sul linguaggio come un’abilità innata è basata sulla sua teoria della grammatica universale: tutti gli esseri umani sono dotati di una sorta di “modulo del linguaggio” innato, una predisposizione biologica che li rende capaci di apprendere e utilizzare il linguaggio.

Chomsky ha ad esempio osservato che i bambini imparano il linguaggio molto rapidamente e con una quantità relativamente limitata di esposizione linguistica. Questo suggerisce che devono avere qualche tipo di predisposizione innata per comprendere e produrre il linguaggio in modo così efficiente.

Del resto gli esseri umani sono capaci di generare e comprendere un numero infinito di frasi uniche: questa capacità di creare nuove frasi non può essere spiegata semplicemente in base all’imitazione o all’apprendimento attraverso l’esperienza, ma richiede una conoscenza innata dei principi fondamentali della grammatica. Chomsky ha identificato alcune caratteristiche comuni a tutte le lingue del mondo e ha proposto l’esistenza di una grammatica universale, cioè un insieme di principi e regole condivisi da tutte le lingue, suddivise storicamente nelle grammatiche di tipo 0, 1, 2 e 3. Chomsky ha così criticato le teorie comportamentiste che attribuivano l’apprendimento del linguaggio esclusivamente all’ambiente e all’esperienza: secondo Chomsky, tali spiegazioni non riescono a rendere conto della complessità e della creatività del linguaggio umano.

Il linguaggio assume qui un’importanza basilare perché il metodo attraverso il quale ogni bambino impara a scoprire e ricostruire la realtà attorno a lui.

Scuola cibernetica

Sulla scia di una sorta di romanzo di fantascienza alla Gibson si sviluppa il modello basato sulla cibernetica come ad esempio Test Operate Test Exit (TOTE). Si tratta di un concetto teorico sviluppato nella psicologia cognitiva da George A. Miller, Eugene Galanter e Karl H. Pribram nel 1960. Per quanto sia una teoria surclassata da più recenti scoperte in questo ambito, si tratta di un modello interessante perché fondamentalmente algoritmico, che porrà le basi per il successivo passaggio al mondo del cognitivismo (uomo considerato come computer). Il modello TOTE descrive un ciclo di azione che può essere utilizzato per raggiungere un obiettivo o risolvere un problema, in termini di:

  1. Test (testa): In questa fase, viene eseguito un test per verificare se il sistema ha raggiunto l’obiettivo desiderato. Viene in sostanza valutata la discrepanza tra lo stato attuale e lo stato desiderato.
  2. Operate (opera): Se il test rivela che l’obiettivo non è ancora stato raggiunto, vengono eseguite delle operazioni o delle azioni per avvicinarsi al risultato desiderato. Queste azioni possono includere l’uso di strategie, l’elaborazione di informazioni o la manipolazione dell’ambiente.
  3. Test (testa): Dopo aver eseguito le operazioni, viene nuovamente eseguito un test per verificare se la situazione è cambiata e se si è più vicini al raggiungimento dell’obiettivo. Questo test serve a valutare se le azioni intraprese sono state efficaci nel produrre il cambiamento desiderato.
  4. Exit (Uscita): Se il test nella fase precedente indica che l’obiettivo è stato raggiunto, il ciclo si conclude e l’azione si interrompe. Se invece l’obiettivo non è ancora stato raggiunto, il ciclo ritorna alla fase di “Operate“, e il processo continua finché l’obiettivo non è soddisfatto o fino a quando non si decide di interrompere il processo.

In sostanza, il ciclo “Test Operate Test Exit” descrive un approccio iterativo e adattivo per affrontare problemi o raggiungere obiettivi, in cui vengono eseguiti test per valutare lo stato attuale, seguiti da azioni volte a modificare tale stato, e il ciclo si ripete finché l’obiettivo desiderato non è raggiunto.

Costruttivismo

Se il modello Stimolo Risposta (S-R) sembra limitato come archetipo di riferimento per la psicologia sociale moderna, lo stesso sembra potersi dire per quello Stimolo Organismo Risposta (SOR): parlare semplicemente di organismo non basta perché ci sono delle zone d’ombra in merito all’organismo stesso che devono essere necessariamente approfondite. Nel 1967 Ulrich Neisser pubblica un saggio che introduce la teoria dello Human information processing (HIP): si pongono le basi per lo studio della memoria ovvero le modalità con cui avviene l’immagazzinamento delle informazioni e la loro organizzazione e trasformazione nel tempo. Secondo Nasser “la cognizione e l’attività del conoscere l’acquisizione l’organizzazione e l’utilizzo della conoscenza” di cui disponiamo.

Si riprende qualcosa che avevamo già visto all’interno della teoria teoria della Gestalt, ovvero che gli individui non memorizzano tutto in maniera incondizionata bensì usano numerose strategie di semplificazione e riconoscimento della forma, tendono a semplificare la realtà, mentre si intravedono già in questa fase quelli che poi sarebbero diventati noti come bias cognitivi (ad esempio il cherry picking: il selezionare dalla realtà soltanto gli aspetti che più ci aggravano ed escludere arbitrariamente tutti gli altri). i dati non vengono semplicemente immagazzinati del resto ma subiscono un trattamento e un adattamento rispetto alle conoscenze già acquisite in passato.

Epistemologia genetica (Piaget)

Jean Piaget con la pubblicazione nel 1936 de la nascita dell’intelligenza nel bambino, la costruzione del reale nel bambino, la formazione del simbolo nel bambino, costituisce il la per una nuova fase della ricerca ricerca e dello studio sull’intelligenza. Si ipotizza in questa sede che nei primi due anni di vita ad esempio si si faccia uso esclusivamente di riflessi sempre più elaborati, fino a iniziare elaborare il cosiddetto pensiero simbolico a partire dai 18 mesi di vita. si parla in questo caso di epistemologia genetica per via della base biologica e concettuale che lo studioso formula in questa sede.

L’epistemologia genetica di Piaget si concentra sul modo in cui gli individui costruiscono la conoscenza attraverso lo sviluppo di schemi mentali. Secondo Piaget, i bambini non sono semplicemente lavagne vuote che assorbono passivamente informazioni dall’ambiente, ma sono attivamente coinvolti nel processo di costruzione della conoscenza. In questa sede gli schemi sono strutture cognitive o modelli mentali che gli individui usano per organizzare e interpretare le informazioni provenienti dall’ambiente. Gli schemi si sviluppano e si modificano nel tempo attraverso l’esperienza e l’interazione con l’ambiente.

Piaget ha descritto i processi fondamentali attraverso i quali gli individui adattano i loro schemi mentali, schemi che non sono rigidi ma tendono ad accomodarsi sulle informazioni in ingresso. L’assimilazione in particolare si verifica quando nuove informazioni o esperienze sono integrate in schemi mentali esistenti, mentre l’accomodamento si verifica quando gli individui modificano i loro schemi mentali per adattarsi a nuove informazioni o esperienze. Piaget ha identificato una serie di stadi dello sviluppo cognitivo attraverso i quali gli individui passano durante la loro crescita. Questi stadi includono il sensomotorio (dalla nascita a circa 2 anni), il preoperatorio (dai 2 ai 7 anni), il concreto-operativo (dai 7 agli 11 anni) e il formale-operativo (dai 12 anni in poi).

Piaget ha introdotto il concetto di equilibrazione come il processo attraverso il quale gli individui cercano di bilanciare o risolvere le discrepanze tra i loro schemi mentali esistenti e le nuove informazioni o esperienze. L’equilibrazione è un processo dinamico che porta alla crescita cognitiva e allo sviluppo della conoscenza.

Psicologia sociale (Bruner)

In questa sede emerge per la prima volta il concetto pionieristico dell’influenza della cultura sullo sviluppo mentale, con l’enfasi sulle categorie mentali che vengono affrontate nel libro Uno studio del pensiero del 1956. Per Bruner assumono grande importanza due aspetti: da un lato i format, che formano un contesto e una struttura finalizzata all’azione. Dall’altro i cosiddetti script, i copioni inconsapevoli che ognuno di noi recita nel contesto sociale in cui si trova. In sintesi, mentre il “format” si riferisce a strutture cognitive più generali utilizzate per organizzare e interpretare le informazioni, gli “script” sono specifici modelli mentali di sequenze di azioni o eventi che guidano il comportamento in situazioni specifiche.

  1. Format (o formato): Il concetto di “format” si riferisce a strutture cognitive o modelli mentali che gli individui utilizzano per organizzare e interpretare le informazioni. Questi formati possono assumere diverse forme, come schemi, rappresentazioni concettuali o modelli mentali, e sono essenziali per l’elaborazione e l’interpretazione delle esperienze e delle informazioni. Bruner sosteneva che il formato influisce su come gli individui percepiscono, memorizzano e elaborano le informazioni, e che il formato può variare a seconda del contesto e dell’esperienza individuale.
  2. Script: Il concetto di “script” si riferisce a sequenze di azioni o eventi organizzati in modo coerente e memorizzati nella memoria a lungo termine. I “script” sono modelli mentali di routine o procedure che aiutano gli individui a comprendere e navigare in situazioni familiari o ricorrenti. Ad esempio, un individuo potrebbe avere uno “script” per mangiare al ristorante, che include una serie di passaggi come sedersi, leggere il menu, ordinare il cibo, mangiare e pagare il conto. Gli script semplificano il processo decisionale e l’esecuzione di compiti complessi, consentendo agli individui di risparmiare tempo e sforzi cognitivi.

Scuola storico-culturale (Vygotskij)

L’Istituto di psicologia di Mosca nel 1924 è particolarmente attivo nel fare ricerca sui nessi tra psicologia e marxismo e sul rapporto tra fattori sociali e biologici nelle funzioni psichiche, con studiosi come Leont´ev, L. S. Vygotskij e A. R. Lurija. appare qui una prima distinzione tra processi psichici superiori e inferiori:

  • I processi psichici inferiori sono legati essenzialmente alla percezione, sensazione, memoria sensoriale, riconoscimento di modelli;
  • I processi psichici superiori sono invece legati alle forme di memoria: memoria di lavoro, attenzione selettiva, pensiero astratto e ragionamento.

Vygotskij in particolare sottolinea come processi psichici superiori abbiano una natura sociale: per lo psicologo e pedagogista russo i processi cognitivi più avanzati, come il linguaggio, il pensiero astratto e il ragionamento, non si sviluppano in isolamento, ma sono sempre e comunque influenzati dall’interazione sociale e culturale.

Ecco alcuni dei principali concetti della teoria di Vygotskij che sottolineano la natura sociale dei processi psichici superiori:

  1. Zona di sviluppo prossimale (ZSP): Vygotskij ha introdotto il concetto di “zona di sviluppo prossimale”, che si riferisce alla distanza tra ciò che un bambino può fare da solo e ciò che può fare con l’aiuto di un adulto o di un coetaneo più competente. L’interazione sociale e la collaborazione sono fondamentali per facilitare l’apprendimento all’interno della ZSP, consentendo ai bambini di acquisire abilità e conoscenze più avanzate attraverso la guida degli altri.
  2. Apprendimento sociale: Vygotskij ha sottolineato l’importanza dell’apprendimento sociale, cioè l’apprendimento che avviene attraverso l’interazione con gli altri membri della società. Attraverso l’osservazione, l’imitazione e la partecipazione attiva alle attività sociali e culturali, i bambini acquisiscono le abilità e le conoscenze necessarie per sviluppare i processi psichici superiori.
  3. Strumenti culturali: Vygotskij ha enfatizzato il ruolo degli “strumenti culturali”, come il linguaggio, i simboli e gli strumenti tecnologici, nel plasmare il pensiero e il comportamento umano. Questi strumenti sono trasmessi attraverso l’interazione sociale e fungono da mediatori tra l’individuo e l’ambiente, facilitando lo sviluppo dei processi cognitivi avanzati.
  4. Zone di sviluppo culturale: Vygotskij ha proposto l’idea di “zone di sviluppo culturale”, che si riferiscono alle capacità cognitive che sono tipiche di una particolare cultura o gruppo sociale e che vengono apprese attraverso l’interazione con gli altri membri della società. Queste zone rappresentano il potenziale di sviluppo cognitivo che può essere raggiunto con il supporto sociale e culturale appropriato.

In sintesi, Vygotskij ha sottolineato come i processi psichici superiori si sviluppino attraverso l’interazione sociale e culturale, e come l’apprendimento sia profondamente radicato nelle dinamiche sociali e nelle pratiche culturali. La sua teoria ha avuto un impatto significativo sull’educazione e sulla psicologia dell’apprendimento, sottolineando l’importanza di contesti sociali ricchi e interattivi per favorire lo sviluppo cognitivo dei bambini.

Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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