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Perchè le aziende (non) dovrebbero vietare l’uso di ChatGPT ai dipendenti

La domanda che proveremo a porci in questo articolo è una di quelle insidiose: un’azienda informatica deve vietare o no l’utilizzo di chatGPT (o equivalenti strumenti) ai propri dipendenti? Ci sono vari aspetti da considerare a mio avviso, e la risposta dipende dalla policy aziendale che si decide di adottare.

Perchè vietare ChatGPT ai programmatori


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3 some IT nerds blocked inside a cage like lions

In primo luogo c’è da sottolineare il problema del codice: in genere i dipendenti che fanno uso di codice interno sono soggetti a rigide condizioni di utilizzo, che vanno dal divieto di parlare di ciò a cui stanno lavorando fino al divieto di condividere codice con terze parti. Motivo per cui la condivisione di codice – come avverrebbe inevitabilmente facendo uso di strumenti come chatGPT (anche se non è scontato, in effetti) – rischia di diventare un momento di inopportuna exfiltration volontaria, ovvero di far trapelare i dati interni dell’azienda ad un’azienda esterna, che li tiene custoditi nei propri server. A quel punto i server dovrebbero diventare idealmente pubblici: e non è da escludere a mio avviso che arrivi qualche azienda che proponga tutti i dati pubblicamente, anche se poi bisognerebbe distinguere tra dati personali e dati non personali, visto che le complicazioni legate alla legge sulla privacy sono ben note e non sono affatto di semplice risoluzione. Comunque la si ponga complicato: per cui gli uffici legali ritengono che non si debba utilizzare chat CPT mentre si programma, quanto la cosa vada in controtendenza rispetto a quello che dice Google, che invece ha creato l’intelligenza artificiale proprio per programmare facilmente (e anche qui, paradosso estremo: i dipendenti di Google non possono farne uso!). È chiaro che non basta vietare per risolvere il problema, ma sicuramente l’unico tampone ragionevole che si poteva mettere ad un fenomeno sempre più diffuso.

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Perchè NON vietare ChatGPT ai programmatori

Altro lato della medaglia, a questo punto.

Esite un aspetto da non sottovalutare, che è legato al software open source: il mondo dell’informatica pullula di repository open source, molti dei quali vengono (ri)utilizzati dalle aziende a livello interno, e spesso vengono “privatizzati” senza autorizzazione da parte di nessuno. Nulla di male, ma qualcosa non torna:aldilà della questione etica di privatizzare un qualcosa di pubblico, significa che il vantaggio competitivo è soltanto presunto, e anche qualora si trovassero (grazie a dipendenti virtuosi, ad esempio) delle soluzioni che rimanessero interne all’azienda, ci sarebbe comunque il rischio che trapelino in futuro. Qui entra in gioco un discorso di affidabilità e di sicurezza informatica: i dati possono essere soggetti di attacco informatico, e qui l’azienda si tutelano e si spera te lo facciano, ma il dipendente virtuoso che ho creato con le soluzioni potrebbe tenersi una copia perse e diffonderla in futuro.

L’equivoco nasce anche dal fatto che si considera indebitamente l’open source come equivalente al pubblico dominio, assunzione che, oltre essere falsa, è dannosa dell’utilità effettiva che hanno i prodotti open source (i quali, lo ribadiamo, sono anche di natura commerciale: open source non significa per forza libero e gratis!). Se il software viene comunque condiviso a destra e a manca – cosa che prima o poi tende a succedere, sia perchè i dipendenti stanno su un mercato al rialzo, sia perchè le aziende puntano a risparmiare sempre sugli stipendi – che senso ha impedire che del codice “privato” venga caricato all’interno dell’ennesimo server, tanto più che verrebbe eventualmente utilizzato da ChatGPT per migliorare collettivamente le prestazioni del servizio? Quando si cercano determinate soluzioni non è detto che si debba condividere del codice, e poi difficilmente chatGPT no del codice finale già pronto all’uso: a quel punto la differenza vero sarebbe tra chi lo usa (che sviluppa velocemente, a patto che lo inquadri come supporto alle decisioni, non come “decisore” autonomo!) e chi non lo fa (che sviluppa più lentamente, molto semplicemente, per quanto faccia dormire sonni apparentemente tranquilli ai piani alti).

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Questo approccio potrebbe meravigliare il fatto del codice debba restare chiuso come fattore competitivo: lo sappiamo, non viviamo sulla luna, ma ancora una volta vorremmo sottolineare come il vantaggio potrebbe rivelarsi del tutto apparente. Il vantaggio competitivo per chi programma risulta nella realizzazione di prodotti validi, E la diffusione di soluzioni open source s’gratuito come quelle offerte da Bender non ha certamente minato il mercato del 3D: di sicuro l’ho cambiato, perché hanno tenuto conto delle esigenze cambiate. Il cambiamento e l’evoluzione tecnologica non dovrebbero terrorizzare (come attualmente fanno), perchè alla lunga potrebbe pagare in maggiori introiti e migliori condizioni per le aziende ad ogni livello.

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E poi, anche se non si volesse ragionare in termini “altruistici”, bisognerebbe riflettere sul fatto che ci saranno aziende che questa policy non la adotteranno, le quali – nel medio-lungo periodo, in teoria – dovrebbero riuscire a sviluppare meglio e più velocemente rispetto a chi ha vietato ChatGPT ai propri dipendneti. I vantaggi reali, naturalmente, si vedranno solo col tempo: la nostra sensazione è che ho una politica troppo chiusa rischi, nonostante la bontà dei presupposti, di rivelarsi miope, per la stessa ragione per cui l’ostilità al software open source è stata superata addirittura da Microsoft, che per anni l’ha osteggiata.

Le immagini di questo articolo sono state generate da StarryAI, con l’intenzione di rappresentare metaforicamente un gruppo di programmatori chiusi in gabbia come leoni, la cui potenzialità non può esplodere finchè qualcuno non romperà la gabbia stessa.

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