Secondo una statistica, i siti web sono lenti come 10 anni fa

Una media, una statistica di quelle che fanno rumore, e che come tutte le stats andrebbero prese con le pinze. Un dato comunque notevole: la sensazione che i siti web siano lenti a caricare è stata affrontata da più articoli a tema, sul nostro blog: sentiamo molto da vicino il problema, ci abbiamo lavorato per mesi testando varie soluzioni, anche su queste pagine ed abbiamo spiegato cosa fare, in questi casi, e su cosa intervenire.

Il problema base, che crea un sostanziale paradosso, consiste nel fatto che a fronte di una banda globalmente a disposizione sempre più ampia (si parla di 70 Mbps), i siti continuano ad essere lenti a caricare: cosa che c’è chi si è diventato a calcolare in termini di tempo perso ad aspettare, fino ad oggi, stimandolo in 27 giorni di vita sprecati solo nell’attesa del caricamento, negli ultimi 10 anni. 27 giorni cumulativi e aggregati, ovviamente, non continui, calcolati come fossero un downtime nelle nostre vite digitali.

Il calcolo, di per sè, è stato fatto in modo sistematico con uno script in Python: Robert Ritz del blog DataFantic ha calcolato che i siti web attuali non sembrano essere più veloci, in media, rispetto a quelli fatti e messi online 10 anni fa. Si parla di un tempo di attesa per il caricamento medio di minimo 2 secondi fino ad un massimo di 6, tempo necessario alla resa grafica completa della stessa e che Google, ad esempio, usa calcolare in modo preciso e puntuale: non semplicemente il tempo per il primo byte (TTFB), ma anche per la prima interazione, per la visualizzazione completa della pagina e via dicendo.

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Da questo grafico emerge come il tempo di attesa, frozen in time, del caricamento della pagina in attesa dell’evento onLoad(), abbia avuto un picco medio nel 2017 e sia assestato sui 4 secondi negli ultimi 10 anni. Nonostante l’incremento della banda che sembra ininfluente su questo, nello specifico.

Di fatto, basandosi sul lavoro fatto da httparchive.org che ha monitorato per molti anni il problema, sono state scelte due metriche per i tempi di caricamento lato desktop, su un campione di poco più di 4 milioni di siti tracciati e pazientemente archiviati. Nello specifico, viene considerato l’indice chiamato Speed Index e i dataset pubblici che il sito ha pubblicato in merito.

Un falso problema?

Ritz sostiene che alla base della sensazione di lentezza invariata ci sia una sostanziale mancanza di informazioni alla base: non sappiamo, di fatto, quanto sia veloce un sito finchè non ci andiamo e non lo mettiamo online (in sviluppo si lavora su server differenti rispetto a quelli in produzione, tipicamente: per cui la messa online è sempre un po’ un salto nel vuoto anche per questa ragione). Questo porta, a suo parere, ad una sorta di fallacia del costo irrecuperabile (sunk cost fallacy), ovvero ritenere che il problema sia recuperabile quando, in realtà, non lo è in partenza. In effetti sul sito ci sei arrivato, anche se faticosamente ed accumulando una perdita di almeno 4 secondi in media: non un errore drammatico e ben diverso da un errore 500, in sostanza. A meno che il tempo di attesa per il caricamento del sito non sia così lungo da rimanere nella nostra memoria, è improbabile che cambi il nostro comportamento fattuale, quindi non sarebbe neanche vero che i siti lenti convertono di meno (quelli che non funzionano, in quest’ottica, semmai, non convertono nulla).

Resta vero, ad ogni modo, che la velocità è un fattore di posizionamento per la SEO, almeno da quello che sappiamo dallo stato dell’arte. E quel downtime che ci cruccia e che ci rende cupi, di fatto, potrebbe essere soltanto una sensazione aleatoria trascurabile, a cui dedicarsi solo nell’ottima di migliorare una metrica per quest’ultimo ambito.



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